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Dall’Università di Milano al volontariato nei campi profughi del Libano: è la storia di Martina, scopriamola insieme!

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno :-) ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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Di (noi?) giovani si parla spesso, ma li si lascia parlare troppo poco spesso: se lo facessimo, scopriremmo invece un mondo pieno di sogni, di energia e di impegno nel costruire un futuro diverso e (si spera) più giusto e migliore, ben oltre quegli stereotipi che li vogliono incapaci di qualunque cosa. La nostra amica Martina, con la sua storia, è un esempio di tutto questo: conosciamola insieme!

immagine © Emanuele Maria Marchi
immagine © Emanuele Maria Marchi

Ciao Martina! Allora, raccontaci un attimo di te: qual è stato il percorso che ti ha portata a diventare volontaria in un progetto di cooperazione internazionale in Libano?

Circa cinque anni fa, ho iniziato il corso di Relazioni Internazionali a Milano e da quel momento ho avuto l’occasione di approfondire la mia grande passione per il Medio Oriente anche tra i banchi universitari. Il mio sogno era quello di studiare l’arabo a Damasco. Tutto questo poco prima che sbocciassero i fiori della protesta araba dal Mediterraneo al Golfo Persico.

Come sappiamo, la Primavera Araba ha subito evoluzioni diverse all’interno dei singoli paesi e in Siria, da quasi cinque anni, è in corso una guerra e la più grande crisi umanitaria dal secondo conflitto mondiale la quale ha provocato quasi 300.000 morti e 4 milioni di rifugiati. La Siria che avevo imparato a conoscere attraverso le poesie di Qabbani e i racconti di amici siriani, non c’è più e chissà se avrò mai l’occasione di visitarla.

immagine © Emanuele Maria Marchi
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Speriamo di sì.. Ma se ho capito bene questo sogno, al momento irrealizzabile, e la tua passione per quell’area non sono stati accantonati. Anzi..

Circa un anno fa ho deciso di partire per il Libano, il secondo paese (dopo la Turchia) con il più alto numero di rifugiati siriani, più di 1 milione su una popolazione di soli 4 milioni di abitanti.

E come hai fatto?

Ho cercato a lungo qualche organizzazione a cui appoggiarmi, finché ho trovato l’offerta di Aiesec Libano. Aiesec è la più grande organizzazione studentesca al mondo che si occupa di gestire scambi internazionali, siano essi stage professionali o esperienze di volontariato. Mi sono imbattuta nel progetto “Refugee Aid” promosso da Aiesec Libano in collaborazione con un’ong locale (Kayany Foundation) e l’università americana di Beirut (AUB) che cercava giovani volontari pronti a insegnare inglese e altre materie ai bambini della scuola di Mosaab al-Telyani. Così, dopo una trafila burocratica infinita, sono riuscita ad ottenere i vari permessi e sono partita per Beirut. Sono state sei settimane indimenticabili.

immagine © Emanuele Maria Marchi
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Ci puoi raccontare come si svolgeva la tua giornata?

Nelle giornate trascorse ai campi, la sveglia suonava presto, circa alle sei. Tareq, l’autista del pulmino, veniva a prenderci alle 6.30, ci si fermava a mangiare un boccone a metà tragitto e per le 9.30, più o meno, si arrivava a destinazione.

Eravamo divisi in due gruppi: alcuni di noi si occupavano di fare ricerca, interviste e della campagna online per acquistare materiale scolastico per la scuola. Altri, insegnavano ai bambini le materie essenziali: inglese, matematica, arabo e geografia.

Tra una lezione e l’altra organizzavamo giochi di squadra e se faceva molto caldo (ci sono stati giorni di fuoco dove la temperatura ha superato i 52°) allora i bambini preferivano disegnare e colorare. In realtà questi due gruppi non sono mai stati divisi così nettamente, perché tutti volevamo fare tutto. Ad esempio, io ero nel primo gruppo ma finito di raccogliere le informazioni e i dati, potevo sistemarli tranquillamente una volta tornata a Beirut, per cui insegnavo inglese e l’alfabeto arabo ai bambini i quali, a loro volta, mi correggevano la pronuncia delle parole e, giustamente, mi interrogavano per vedere se le avevo memorizzate nel modo giusto 🙂

immagine © Emanuele Maria Marchi
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Circa alle due Tareq ci aspettava per riportarci a Beirut e, al ritorno, la strada era sempre molto più lunga a causa del fitto traffico. Comunque la sera di solito preparavamo le lezioni/attività da svolgere in classe il giorno dopo e ci dedicavamo essenzialmente alle attività del primo gruppo. In particolare alla campagna di crowdfunding, perché volevamo introdurre una mini libreria nella scuola dal momento che, testi didattici a parte, non era provvista di altri libri.

immagine © Emanuele Maria Marchi
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Perché hai deciso di andare là, rinunciando a quello che potevi avere qui?

Penso sia qualcosa di istintivo, di naturale che appartiene a tutti. Solidarietà umana, empatia. Molto semplicemente, mi sento coinvolta direttamente da quello che succede in Siria: succede qui, su questa terra, peraltro neanche troppo lontano da noi. A uccidere ogni giorno i siriani non sono solo le bombe di Asad, le barbarie dell’Isis e gli interessi di alcuni attori regionali, ma anche l’indifferenza del resto del mondo.

Il sito degli attivisti di Planet Syria si apre con l’immagine di una città ridotta in macerie; dietro quel che rimane delle case di quella città, spunta il pianeta terra: come se i siriani appartenessero a un altro pianeta, un’altra galassia. E infatti nell’aria surreale di quella città fantasma prende forma una domanda che probabilmente, almeno una volta, si saranno posti tutti i siriani: Earth: is anybody out there?

immagine © Emanuele Maria Marchi
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Eh sì, troppo spesso ci accorgiamo di queste tragedie solo quando in qualche modo incrociano il nostro percorso, per esempio creando il problema dei rifugiati. Cosa pensi che potremmo fare noi, nel nostro piccolo, per cambiare le cose?

Informarci, dedicare parte del nostro tempo a persone che non hanno più niente e rompere il silenzio. L’informazione è importantissima, purtroppo viene spesso impiegata in modo scorretto contribuendo a diffondere notizie e dati non veritieri che alimentano così odio e diffidenza.

Comunque qualcosa di concreto nel nostro piccolo possiamo farlo e senza prendere un biglietto aereo. Ad esempio, possiamo donare materiale di prima necessità a gruppi, associazioni, centri e organizzazioni di cui ci fidiamo e che si occupano di fornire assistenza e aiuti ai rifugiati. Possiamo trascorrere del tempo con loro, parlare, berci un caffè. I bambini nella Beqaa erano felici quando ricevano un pallone o una biro con cui scrivere, ma lo erano altrettanto quando si posticipava il ritorno verso Beirut per passare più tempo insieme a parlare, giocare, colorare, cantare e scherzare. Cose normalissime, ma che possono cambiare la giornata di qualcuno.

immagine © Emanuele Maria Marchi
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Hai conosciuto una bella storia che può essere il seme di una speranza in un futuro meno tribolato per le persone che vivono in quelle aree?

Ho conosciuto tante persone, ognuna con la sua storia da raccontare e i suoi ricordi da condividere. Nel mio piccolo, da quello che ho potuto vedere e vivere ogni giorno, posso dire che negli occhi delle persone e nelle loro parole c’è più dolore, afflizione e rassegnazione che speranza. È demoralizzante constatarlo, ma forse rendersene conto è importante, perché laddove c’è un problema deve anche esserci una soluzione. Per cui, oltre agli aiuti concreti e materiali, la domanda dovrebbe essere: come e cosa possiamo fare per ridare speranza a queste persone?

immagine © Emanuele Maria Marchi
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Di certo, i bambini, nonostante abbiano vissuto esperienze di morte e violenza, sono quelli con più energia e voglia di fare. La scuola mantiene viva la speranza di molti. Ricordo che durante le ore di ricreazione c’erano alcuni bambini che volevano continuassi a insegnare, mi chiedevano di ripetere la pronuncia inglese di una parola, c’è chi ne voleva sapere altre e chi invece mi chiedeva ogni giorno di raccontargli di casa mia, dell’Italia, del profumo del mare, della neve, dei fiori, dei miei amici.

C’è tanta voglia di imparare, chiedere, scoprire nuove realtà e, chiaramente, vivere una vita normale. Per cui, forse, riallacciandomi alla tua domanda, credo proprio che la speranza si possa ritrovare nelle parole e nella voglia di vivere dei bambini e dei ragazzi.

Un contributo alle famiglie che offrono alloggio agli immigrati: Milano apre la strada, chi seguirà?

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno :-) ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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>>>ANSA/PAPA A LAMPEDUSA: FARA' APPELLO A PRENDERSI CURA DEI MIGRANTIOgni settimana le amiche di Milanoincontemporanea ci offrono lo spazio di un post, che dedichiamo ogni volta a una buonanuova “alla milanese”. Anche la notizia che stiamo per darvi arriva da Milano, e ancora una volta parla di generosità e ospitalità: il Comune ha infatti aperto un bando, valido dal 30 dicembre scorso al prossimo 15 gennaio, per la selezione di famiglie interessate a ospitare a casa propria uno o più profughi a seconda delle possibilità.

Sì, perché se è vero che la questione dei migranti è passata in secondo piano (permetteremi una nota polemica: ora i giornalisti sono tutti concentrati sulle morti per parto, al punto che sembra quasi non succeda altro nel nostro Paese..) è vero anche che il problema di ospitarli persiste; gli enti locali sono stati chiamati a mettere a disposizione le proprie strutture, alcune parrocchie stanno cercando – nell’indifferenza dei media – di fare altrettanto, ma c’è una terza via che passa attraverso l’impegno dei cittadini “in prima persona”, e per incentivarla il Comune di Milano ha messo a disposizione un importante contributo.

400 euro al mese per chi offre un alloggio idoneo all’ospitalità: bastano una camera da letto con un minimo di arredo, quello necessario per il deposito di abiti ed effetti personali, e un bagno. Oltre a questi, naturalmente, serve la disponibilità ad accogliere una persona sconosciuta a casa propria, ma sappiamo bene che la generosità di molti milanesi non avrà bisogno di molti discorsi per farsi convincere a offrirla.

Le famiglie che intendono candidarsi possono inviare al Comune la propria domanda di adesione; se selezionate, parteciperanno a un corso di formazione di due giorni utile ad approfondire il tema dell’asilo politico (e le dinamiche che lo regolano) e gli aspetti di relazione interculturale.

Non nascondiamoci dietro all’ipocrisia: può essere l’occasione per integrare il reddito familiare e, allo stesso tempo, fare un servizio a persone che ne hanno bisogno. Un’opportunità da prendere seriamente in considerazione, insomma.

La televisione non ne parla; i quotidiani gli avranno dedicato sì e no un trafiletto. Ma questa è una #buonanuova a 360° per tutti quelli che si lasceranno coinvolgere con entusiasmo nel progetto.

1€ per ogni lampadina LED: la promo IKEA di Natale 2015 aiuta i rifugiati di tutto il mondo! [AGGIORNATO il 5 febbraio 2016]

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno :-) ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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campo-profughiChe le lampadine LED “facciano bene” è sempre più di dominio pubblico: a fronte di una potenza (e dunque anche di un consumo) decisamente più basso, illuminano di più rispetto alle lampadine tradizionali ma soprattutto consumano di meno, in percentuali che vanno dal -60 al -80%.

Passare al LED, insomma, fa bene alla nostra casa, alla nostra vista e anche alla nostra bolletta, ma fino al 19 dicembre farà del bene anche a UNHCR, l’Organizzazione mondiale delle Nazioni Unite per i rifugiati. Tutto questo, grazie a IKEA.

Il colosso svedese dell’arredamento low-cost anche quest’anno, sotto Natale, avvia una grande operazione solidarietà: per ogni lampadina LED venduta nei suoi megastore in Italia, infatti, IKEA donerà 1 euro a UNHCR. Quest’ultima utilizzerà tutto il ricavato per approntare l’illuminazione necessaria nei campi profughi.

Certo, questo non significa che debbano diventare strutture permanenti: i campi profughi fanno schifo, quasi quanto le guerre che li generano e costringono centinaia di migliaia di persone, ogni anno, a lasciare la propria terra per cercare rifugio, spesso nell’indifferenza più generale. Però, grazie all’intervento di illuminazione finanziato con il contributo di IKEA, queste strutture possono diventare un po’ più accoglienti.

Lampioni, lampade a energia solare e impianti fotovoltaici: è questo il materiale che IKEA ha intenzione di acquistare e poi donare a UNHCR, in modo che quest’ultima lo metta a disposizione delle comunità ospitate in Asia, Africa e nella polveriera del Medio Oriente. Inoltre, IKEA Foundation conta di sostenere economicamente anche alcune iniziative che migliorino l’accesso dei profughi all’istruzione primaria: dei quasi 20milioni di rifugiati che ci sono oggi nel mondo, infatti, quasi la metà sono bambini.

Insomma, se avete delle lampadine da sostituire con delle nuove a LED, IKEA può essere un’opzione più che valida: non solo perché i prezzi sono tra i più bassi in circolazione, ma soprattutto perché per ogni lampada che acquistate la catena svedese donerà 1 euro a chi è in una situazione di grande difficoltà. Facendo, con il vostro piccolo gesto, un regalo di Natale a chi di regali non ne potrà ricevere: c’è tempo fino al 19 dicembre!

In questo video, invece, potete vedere uno dei progetti in fase di finanziamento e realizzazione 😉

Aggiornamento del 4 febbraio 2016:

La campagna è stata un successo: quasi 31 milioni di euro raccolti in 300 negozi di 40 Paesi, soldi che sono stati donati a UNHCR e che verranno usati per la fornitura di lampioni, lampade ed energia elettrica a centinaia di migliaia di rifugiati.

Tra i più generosi c’è stata proprio l’Italia, quarto Paese per donazioni tra quelli in cui opera il gruppo IKEA; il punto vendita di Villesse, addirittura, è stato il terzo al mondo per lampade LED acquistate, e quindi soldi donati 😉

Tende autosufficienti per dare alloggio ai migranti: l’idea di Abeer è una speranza per tutti i rifugiati, scopriamola insieme!

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Alessandro Fumagalli

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weaving-homePiù o meno distratti, in questi giorni stiamo continuando ad assistere a un esodo di proporzioni bibliche. è quello dei migranti, che hanno cominciato a preferire la “porta” dell’Est per entrare in Europa scatenando la reazione dei Paesi che vengono interessati da questa ondata anomala e inattesa.

Il mondo, purtroppo, è profondamente ingiusto: per uno che può mangiare almeno tre volte al giorno ce n’è almeno un altro che muore di fame, ed è fatale che questo desideri cercare di migliorare la propria condizione, specialmente quando c’è la guerra nel suo Paese di origine.

E’ proprio la guerra una delle tragedie più grandi: oltre a essere un motore potentissimo per i movimenti migratori, costringe i Paesi vicini ad affrontare il problema dei profughi: dove ospitarli? Come nutrirli e garantirgli un’assistenza sanitaria? Dove alloggiarli?

Almeno a quest’ultimo problema sta provando a porre rimedio Ambeer Seikaly, un’affascinante designer canadese (ma di origine giordana) che dal 2013 sta lavorando alla creazione di Weaving Homes, una innovativa tenda per ospitare i profughi.

Innovativa, abbiamo detto, ma in realtà Weaving Homes prende spunto dalle tecniche che si tramandano da millenni i nomadi del deserto: tende leggere, dunque, altre due metri e larghe cinque, con una forma particolare che gli permette di superare le intemperie quando si abbattono sui campi.

Non solo: la pioggia, quando c’è, può essere raccolta, filtrata e immagazzinata in speciali sacche per essere bevuta in caso di necessità (o usata per la doccia e i servizi igienici); il clima esterno non è un problema, perché c’è un doppio sistema di ventilazione che in inverno trattiene il calore sviluppato all’interno mentre in estate crea un ricircolo d’aria che abbatte la canicola – che invece, sotto le tende “normali”, diventa insopportabile alla prima occhiata di sole.

E poi c’è il tetto, che ospita dei pannelli solari per permettere alla tenda di essere energeticamente autosufficiente. Sì, perché oltre ai pannelli ci sono particolari batterie che immagazzinano l’energia in eccesso, pronte a fornirla quando ce ne fosse bisogno. Senza dimenticare che la struttura è leggera e flessibile, quindi facile da trasportare e veloce da montare.

Ora resta l’ultimo scoglio: trovare dei finanziatori che permettano di proseguire nello sviluppo del progetto, ma Abeer ha già avviato dei contatti in Gran Bretagna e pare che anche questo problema sia superabile. Se non lo fosse, la ragazza non si perderebbe di certo d’animo:

Voglio ridare una dignità a chi l’ha persa a causa della guerra, e il fatto che dalla mia terra d’origine stiano arrivando tante richieste di aiuto mi sprona solo a lavorare di più per fare in modo di trovare una soluzione al problema.

Forza Abeer, noi facciamo il tifo per te e perché il tuo progetto possa presto vedere la luce 😉

IKEA inventa la casa per i rifugiati

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Alessandro Fumagalli

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Anzitutto, mi scuso: negli ultimi mesi sono stato piuttosto impegnato, anche a cercare il modo di fronteggiare la mia perenne ansia per le scadenze, e la cura per #buonanuova è finita in secondo piano; proverò a recuperare e farmi perdonare, magari con notizie più brevi accanto ad aggiornamenti forse più sporadici ma più approfonditi.

Dopodiché, ecco la #buonanuova di oggi.

casa-rifugiati-ikeaUna #buonanuova che nasce da una pessima notizia, anzi più d’una: è stata la guerra, infatti, anzi sono state le tante guerre che insanguinano il mondo, a far nascere questa idea. Segno che, come diceva De André, “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior

IKEA, che da sempre arreda le case di un mondo occidentale ancora tanto imperfetto ma fortunatamente (almeno) pacificato, ha pensato – bene – di prendere il suo indiscutibile know how per le costruzioni prefabbricate e componibili e di adattarlo alle abitazioni per rifugiati.

Anziché le classiche tende da campo, infatti, IKEA ha progettato – in collaborazione con la Refugee Housing Unit (RHU) – delle abitazioni in pannelli polimerici laminati da 188 mq.

Case a tutti gli effetti, prefabbricate e montabili in sole 4 ore (se siete più bravi di me a orientarvi tra le istruzioni 🙂 ), che assicurano un ambiente più salubre e protetto a chi ha bisogno di una dimora temporanea, e spesso questo succede per via della guerra.

Il tetto è pensato per deviare il 70% delle radiazioni solari, così che durante il giorno la temperatura interna non sia opprimente, e che di notte non si verifichi una devastante dispersione del calore; inoltre è predisposto per poter ospitare dei pannelli solari, così che chi abita questi rifugi possa evitare di dover usare il cherosene (con tutti i rischi che questo comporta) per l’illuminazione.

Le case possono ospitare 5 persone, e possono essere equipaggiate con pannelli che dividono gli spazi interni garantendo la privacy necessaria.

L’augurio è che di costruzioni così non ne servano mai e mai più, ma di certo sapere che esiste una soluzione alternativa alla classica tenda, per chi deve già soffrire la tragica esperienza di essere un rifugiato, è senza dubbio una #buonanuova, no?

Ecco un video che spiega la genesi del progetto, e il risultato ottenuto 😉