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Le turbine eoliche sono un pericolo per gli uccelli, deturpano il paesaggio e fanno troppo rumore? Una turbina di nuova generazione spazza via tutti i dubbi!

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno :-) ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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Quella eolica è un’energia pulita, che si può produrre praticamente dappertutto. Certo, realizzare e mantenere le centrali costa – e parecchio – ma c’è un problema ancora più grosso da superare: le pale! Sono brutte, rumorose e rappresentano un pericolo per gli uccelli (che talvolta hanno persino deviato i loro flussi migratori pur di non incapparci). Eppure all’eolico non possiamo rinunciare, anche perché è pressoché inesauribile, quindi che si fa?

Un team di ricercatori spagnoli sembra aver trovato la soluzione, guardando alla natura. E’ questa, infatti, la principale fonte d’ispirazione di Vortex Bladeless, una turbina eolica che produce energia non più ruotando ma oscillando, vibrando proprio come fanno le canne al vento.

Già, perché il vento oscilla intorno agli oggetti fissi – e lo sanno bene quelli che progettano ponti e grattacieli, che di questo aspetto devono tener conto – e l’energia si accumula nei punti di ancoraggio che questi hanno al terreno. Se riusciamo a prenderla da lì e “imbrigliarla”, abbiamo vinto!

vortex-bladelessVortex Bladeless è dunque un palo, di forma conica, con la punta “piantata” nel suolo e il resto del corpo alla mercé dei venti. Alla base, poi, si posizionano anche due anelli di magneti, in grado di amplificare le oscillazioni, infine c’è un alternatore che converte l’energia cinetica in corrente elettrica.

L’aspetto più interessante del progetto è quello dei costi: al netto del fatto che Vortex Bladeless risolve tanti dei problemi ambientali di cui abbiamo detto all’inizio, per la manutenzione il risparmio rispetto alle turbine tradizionali è calcolato nell’ordine dell’80%; il costo di realizzazione e posa, invece, potrebbe essere dimezzato rispetto all’attuale.

Meno costi per la produzione significa anche meno costi per il consumatore, e qui sta la chiave di tutte le idee: spesso, infatti, sono quelle che fanno spendere meno a vincere e riuscire ad affermarsi sul mercato.

C’è un finanziamento importante del Governo spagnolo per lo sviluppo dell’idea (1 milione di euro) e anche una campagna di crowdfunding dedicata al tema – anche se serve più per dare visibilità al progetto che non a realizzarlo nel concreto.

Le prime Vortex Bladeless potrebbero vedere la luce a fine 2015, e si tratterebbe di prototipi in grado di produrre solo 100 Watt, ma questo è uno step necessario per fare tutte le valutazioni del caso prima di proseguire con lo sviluppo. L’obiettivo è costruire una “torre” da 1 Megawatt – alta 150 metri – entro il 2018: ci si riuscirà? Restiamo alla finestra in attesa di scoprirlo 😉

Trasformare qualsiasi bici, facendola diventare elettrica: ecco Add-e, il progetto che nasce su Indiegogo, avrà successo?

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno :-) ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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Detto degli orti del futuro (e di tante altre cose, nella nostra – nutritissima! – sezione tecnologia), oggi torniamo a un altro dei temi cardine di uno sviluppo sostenibile per il futuro: la mobilità. Non è un mistero che i combustibili fossili siano in via di esaurimento, sebbene spesso facciamo finta di non sapere che è così, ed è anche per questo che le case automobilistiche stanno progettando auto ibride, o elettriche, o altre risposte al bisogno di muoversi con facilità, velocità e nel rispetto per l’ambiente all’interno delle città, sempre più affollate.

L’alternativa non è una sola: c’è il trasporto pubblico, c’è l’andare a piedi, ma – come sapete se ci seguite da un po’ – la preferenza di chi scrive va, innanzitutto, alla bicicletta. Biciclette moderne eh, come Leaos Bike, col suo telaio a energia solare, o come Free Duck di Ducati Energia, un marchingegno che consente di rendere elettrica qualunque bicicletta – anche i ferrivecchi!

add-e_bici-elettricaUn’altra novità che somiglia molto a quest’ultima sta nascendo su Indiegogo, grazie al crowdfunding: è Add-e, un dispositivo dalle potenzialità davvero incredibili!

All’apparenza non gli daresti due lire: si tratta infatti di una scatoletta, nera e abbastanza simile a una dinamo, e di una borraccia metallizzata, da montare sul tubo trasversale; un “travestimento” perfetto, insomma, perché chi non lo sa potrebbe anche non accorgersi che sta guardando una bici elettrica (cosa che invece nei modelli attuali è piuttosto evidente: con quel telaione che si ritrovano..)

Con questi pochi accorgimenti, ogni bicicletta può diventare una bici elettrica! Si monta la “scatoletta” sulla ruota posteriore, dove può fungere da rullo in grado di dare una spinta, mentre la borraccia cela il pacco delle batterie, in grado di far viaggiare a 25km/h per 50km di fila ogni ciclista, con una sola carica.

I vantaggi di Add-e? Con una sola spesa, si può trasformare qualsiasi bici in una bici elettrica, anche quella vecchietta (ma ora tornata di moda) del nostro nonno, con le guarnizioni in pelle sul manubrio – per dire.

Il difetto? E’ vero che si acquista una volta sola (finché funziona), ma lo “starter pack” costava 750$ + 20$ di spedizione ed è già andato esaurito; oggi per comprare Add-e su Indiegogo servono almeno 890$, che non è proprio uno scherzo..

Ma se ci pensate, tra bollo, assicurazione e carburante (che qui non dovete pagare), è sempre molto più vantaggioso che avere una macchina. Oltreché salutare, e rispettoso dell’ambiente 😉

Qui trovate il video che spiega il funzionamento di Add-e..

..questo, invece, è il link dove scoprire tutti i dettagli del progetto (in inglese)

1000 musicisti suonano tutti insieme la stessa canzone, perchè? Lo scopriamo in un video spettacolare!

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Alessandro Fumagalli

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Supponiamo che abbiate un sogno un po’ folle, come quello di far tornare i Foo Fighters a suonare a Cesena 18 anni dopo la loro prima volta, nel 1997. Cosa fareste per convincerli?

Gli offrireste volo aereo e albergo? Provereste a ricordargli quanto sono belle le ragazze romagnole? Gli proporreste una piadina crudo e squacquerone come solo lì la sanno fare? 😀

Fabio Zaffagnini è un fan devoto della band di Dave Grohl, e pur di vederla tornare a suonare in Romagna ha sparato alto. Anzi, altissimo! Pensate: ha organizzato un evento in cui 1.000 (mille!) cantanti e musicisti hanno suonato, insieme, la celebre Learn to Fly della band statunitense. Questa!

Impossibile? No, se il sogno è grande e la voglia di realizzarlo ancora di più! Il progetto ha richiesto più di un anno di impegno e (spoiler) pare ci siano ottime chance che la band ascolti l’appello e lo accolga, regalando ai fan di Cesena (e non solo) la gioia di un concerto in Romagna oltre alle date italiane del Tour 2015 di Bologna (13) e Torino (14 novembre), già praticamente sold out.

Ma andiamo con ordine: l’idea nasce nel maggio 2014: Fabio la propone alle amiche Claudia, Anita e Martina, che accettano e formano con lui il nucleo motore del team “Rockin’ 1000“. Dopo l’estate si comincia a lavorare seriamente, realizzando un vero e proprio progetto: servono un ufficio stampa, una raccolta fondi (e il crowdfunding, in questo, ha giocato ancora una volta un suo ruolo), dei tecnici, dei webmaster e – naturalmente – dei musicisti!

Il 18 dicembre 2014, dopo aver creato un po’ di curiosità intorno all’idea, Fabio Zaffagnini e la sua squadra lanciano il progetto con questo – spassosissimo – video

Ne parlano tutti, da un angolo all’altro del mondo, e a marzo (2015) entra in gioco anche Marco Sabiu, il maestro che si occuperà di coordinare tutti i musicisti. E’ mica l’ultimo dei carneadi: ha collaborato con Pavarotti, Ennio Morricone, Kylie Minogue e – come si legge sul sito ufficiale, non senza un pizzico d’ironia – i Take That

A maggio, i soldi necessari per portare a termine l’impresa (perché di impresa si può parlare) ci sono, grazie al crowdfunding e all’impegno di importanti sponsor, e si può passare alla fase conclusiva.

Domenica 26 luglio, 350 chitarristi, 250 cantanti, 250 batteristi e 150 bassisti si sono ritrovati tutti a Cesena per suonare Learn To Fly dei Foo Fighters. A dirigerli Marco Sabiu, da una torretta alta 20 metri perché tutti potessero seguirne le indicazioni.

Il risultato è stato veramente sbalorditivo, ma lasciamo a voi il piacere dell’ascolto e l’onore di giudicare:

Fantastico, vero?

Un’impresa da Guinness dei Primati, che ha reso – giustamente – orgogliosi il suo ideatore, Fabio Zaffagnini, e tutti quelli che con lui hanno collaborato a un progetto così grande. Il discorso di ringraziamento è altrettanto meraviglioso:

L’Italia è un Paese dove è facile realizzare i propri sogni, ma è pieno di passione e di creatività: questo progetto – ha spiegato Fabio – ci ha richiesto più di un anno di impegno, è stata la prima cosa cui ho pensato tutte le mattine appena sveglio, ed è bellissimo vedere mille persone riunite in un solo posto, arrivate qui a proprie spese, per suonare una canzone tutte insieme.

Il fatto che il video, frutto di un impegno così grande, sia diventato virale è davvero una #buonanuova! Ora la speranza è che i Foo Fighters ce ne diano un’altra: allora Dave, lo facciamo questo concerto a Cesena o no? 😀

Riusciresti a vivere senza elettricità? Ecco come dei volontari la portano dove manca: alla scoperta di elettricisti senza frontiere!

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Alessandro Fumagalli

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elettricisti-senza-frontiereClick! Quello che per noi è un gesto semplicissimo – e ormai quasi naturale – come accendere la luce, per chi abita nei Paesi in via di sviluppo non è per nulla scontato.

Il problema è più grave di quanto si pensi: non avere la corrente in casa vuol dire dover usare il fuoco, per l’illuminazione, e le lampade (ad esempio quelle a cherosene) non son certo la cosa più salubre e sicura che ci sia in circolazione. Come si fa ad affrancarsi dal ritmo del sole, se non c’è la luce, per stare in famiglia, fare dei piccoli lavoretti per arrotondare, studiare?

Le soluzioni per fortuna non mancano, anche se a mancare sono da una parte i soldi per acquistarle e dall’altra le infrastrutture sul territorio. Nel primo come nel secondo caso, la solidarietà di chi sta meglio può fare molto: avete presente Gravity Light, la lampada LED nata grazie al crowdfunding che funziona grazie alla forza di gravità? In passato ne ho scritto per il blog di Axura, ed è un’idea che ha già permesso a tanti di trovare un’alternativa a metodi più pericolosi (e costosi) di illuminare casa.

Certo però, come diceva Gandhi:

dai a un povero un pesce e lo sfamerai per un giorno, insegnagli a pescare e lo sfamerai per tutta la vita

Per questo è – più – importante l’impegno della comunità internazionale per realizzare tutte le strutture necessarie a portare la corrente elettrica anche nei Paesi in via di sviluppo.

Bene, forse non tutti sanno che esiste anche un’associazione, nata in Francia, che si chiama Électriciens sans frontières (ossia Elettricisti senza frontiere); un’associazione che rimette in gioco pensionati o professionisti “a fine carriera” pronti a dare la propria disponibilità per andare a realizzare progetti e impianti di distribuzione dell’energia elettrica anche nei Paesi più poveri, o in quelli colpiti da importanti calamità (come la Haiti post terremoto). Perché elettricità, ormai, vuol dire vita e salute: significa dare acqua a una zona, oppure garantire condizioni igieniche migliori agli ospedali. Vi sembra roba da poco?

Il bello, poi, è che in alcune zone (come il mio amato Madagascar) questi Elettricisti senza frontiere stanno portando l’energia “allo stato dell’arte”: tutti gli impianti, infatti, sono solari. La popolazione ringrazia, e anche l’ambiente non può che esserne contento 😉

Si può davvero scaldare una stanza spendendo pochi cent? Ci prova Egloo, un’idea Made in Italy nata grazie al crowdfunding: scopriamo come fa!

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Alessandro Fumagalli

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Parlare di come alzare la temperatura in casa di un paio di gradi, di questi tempi, può sembrare fuori luogo; ma visto che l’inverno prima o poi tornerà (e tanti stanno sognando che questo giorno sia più prima che poi 🙂 ).. Beh, meglio farsi trovare pronti no?

Una soluzione arriva dal crowdfunding, ancora una volta, e da un progetto di uno studente romano realizzato con una stampante 3D. Crowdfunding, stampa 3D.. Quante volte abbiamo visto arrivare novità rivoluzionarie da questi due ambiti, qui su buonanuova? 🙂

egloo_marco-zagariaAnche Egloo nasce proprio così, ma di cosa si tratta?

E’ una piccola cupola in terracotta, del tutto simile ai diffusori (di profumo) che popolano le case di tanti di noi. Nella base si posizionano 4 candele, roba da 10 centesimi di impegno (più la spesa per il fiammifero necessario ad accenderle); la cupola ha un’intercapedine che conserva il calore delle fiammelle quando bruciano, e lo diffonde gradualmente nella stanza grazie alle caratteristiche della terracotta. Bastano 20 minuti dall’accensione per alzare la temperatura di un locale di 20 mq di un paio di gradi.

Egloo può essere uno scaldino ideale per gli studenti, come era Marco Zagaria (ossia il suo inventore) prima di cimentarsi in questa nuova avventura. Un’avventura che ha scelto il crowdfunding di Indiegogo come piattaforma per la raccolta di fondi (dove il progetto ha ottenuto 240mila $, ossia circa cinque volte tanto rispetto al budget iniziale), e che ora si svilupperà con una produzione che parte da uno stampo realizzato grazie a una stampante 3D.

Beh, che dire? Bravo Marco, perché anche se la soluzione non risolve il problema delle temperature rigide comincia a essere un aiuto nel contrastarle, ed è ancora più importante perché – visti i bassi costi – è davvero alla portata di tutti.

Ora che il progetto di scaldare una stanza di un paio di gradi con Egloo ha preso il largo, chissà che non si riesca a trovare anche un’idea per giorni come questi di questo caldissimo luglio 2015, in cui le temperature le si vorrebbe abbassare: ce ne sarebbe altrettanto bisogno 🙂

Pedalare al buio in sicurezza: grazie al crowdfunding arriva un casco rivoluzionario, ecco come funziona!

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Alessandro Fumagalli

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Adesso come adesso, non è così indispensabile: il sole tramonta alle 21, c’è luce fin quasi alle 22, e muoversi in bicicletta – con maggiore sicurezza – è una vera goduria, specie con questo caldo! Ma l’estate – ahinoi – finirà, mentre la voglia di pedalare resterà viva in molti di noi anche in autunno e persino in inverno, quando le giornate saranno più corte: essere visibili in mezzo al traffico quando si va in bici non è mai troppo facile, né comodo.

Oddio: non lo era fino a qualche tempo fa..

Già, perché ora le soluzioni si stanno moltiplicando, anche se sono molto innovative, non proprio economicissime, e il “grande pubblico” non le conosce ancora granché (anche perché nei negozi specializzati cose così si vedono ancora poco). Proviamo ad aiutarvi a scoprirle noi, perché ogni innovazione che permette di muoversi in tranquillità e sicurezza è una #buonanuova, no? 🙂

Qualche tempo fa vi avevamo parlato di Visijax, una giacca impermeabile e antivento con delle strisce di luci led nelle maniche e sulla schiena, per rendersi visibili anche quando si cambia direzione. Ve la ricordate? Altrimenti qui si può fare un ripassino 😉

Oggi invece vogliamo aiutarvi a scoprire Lumos, un casco per bici di nuova generazione che sta per essere sviluppato grazie ai finanziamenti raccolti con il crowdfunding su Kickstarter.

L’idea è molto semplice: integrare le luci anche nel casco. Per realizzarla, i creatori del progetto si sono basati su un casco “normale”, con buone qualità di resistenza e impermeabilità (almeno nella parte “piena” ) al pari di tutti gli altri caschi da bici. In questo casco, però, hanno inserito delle fasce di luci led con una batteria ricaricabile (grazie a una comune presa USB), gestite da un sistema di controllo intelligente.

Davanti c’è una fascia orizzontale di luci che, più che permettere di vedere la strada davanti a noi, permette di farsi vedere. E’ importantissima quando si circola in senso contrario rispetto al traffico, oppure sulle corsie di immissione e quando le auto puntano a stringere sul fianco destro della carreggiata: essendo indossato sulla testa e non montato subito sopra la ruota, infatti, è facilmente visibile anche negli specchietti retrovisori.

Luci led anche dietro la testa: una rossa, triangolare (perché il triangolo è un simbolo universale di pericolo, per chi guida), che resta sempre accesa, naturalmente solo quando Lumos è acceso; due arancioni, ai lati, che si attivano – grazie a un accelerometro – in caso di frenata per dare modo ai veicoli alle nostre spalle di capire le nostre intenzioni, e che si possono accendere (grazie a un piccolo telecomando da montare sul manubrio) quando si vuole indicare un’imminente svolta a destra piuttosto che a sinistra, proprio come fossero delle frecce.

lumosL’idea ha riscosso un enorme successo: per decollare il progetto aveva bisogno di 125mila dollari, ma – a oggi – ne ha raccolti già 300mila. Quindi si farà!

I caschi singoli sono già sold out, ma si possono acquistare due pezzi per 190$ (più spese di spedizione) o 4 per 380$. Le consegne cominceranno dall’aprile 2016, ma visto il successo che ha ottenuto non escludiamo assolutamente di veder arrivare Lumos anche nei negozi “normali”. Per tutti i ciclisti, potrebbe rivelarsi un compagno di viaggio fondamentale per pedalare con più tranquillità, e uno stimolo a usare la bici ancora più spesso: l’ambiente ringrazierebbe 🙂

Quanta plastica c’è nell’oceano? Troppa. Come si fa a pulirla? L’idea di un 17enne funziona e diventa realtà, si inizia dal Giappone. Come funziona?

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Alessandro Fumagalli

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ocean-cleanupQualche settimana fa la nostra Federica ci aveva parlato di Ocean Cleanup, l’idea del giovanissimo Boyan Slat per ripulire gli oceani dalla plastica.

Riassumiamo i passaggi principali (ma, se volete rinfrescarvi la memoria e approfondire, nel link trovate i dati completi):

nei mari del nostro Pianeta c’è talmente tanta plastica che 1 milione di uccelli e 100 mila mammiferi all’anno muoiono per averla ingerita, senza contare le altre alterazioni forse meno immediatamente tangibili – ma altrettanto (se non più) impattanti – a carico del delicato ecosistema marino.

Non buttarla? Sarebbe bene! Andare a darle la caccia? Ottima idea, ma troppo costosa per metterla in pratica, anche perché il mare mica resta fermo ad aspettarci..

Qui viene fuori il genio di Boyan, un classe 1994 che – stanco di dover convivere con la compagnia di bottiglie e sacchetti quando si dilettava con le immersioni – già nel 2012 ha pensato a una soluzione. Ne è nata Ocean Cleanup, un’idea in grado di raccogliere come in un grande abbraccio la plastica che galleggia in mare semplicemente facendo barriera davanti al moto ondoso; praticamente sfrutta l’energia del mare per fare, passivamente, questo sporco lavoro.

ocean-cleanupIl progetto è piaciuto, anzitutto al – cosiddetto (anche se l’espressione non è poi straordinaria) – “popolo del web”, che ha finanziato il suo sviluppo con più di 2 milioni di dollari raccolti grazie a una campagna di crowdfunding. Dopodiché, è piaciuta al Giappone, e in particolare all’amministrazione dell’isola di Tsushima che ha firmato un’intesa con Boyan Slat per l’installazione della prima piattaforma “pilota” con due bracci da 2 km: si tratterà del sistema più lungo mai realizzato in mare.

Sarà un laboratorio a cielo aperto, il cui funzionamento verrà monitorato nel corso dei prossimi due anni per valutare quanto sia effettivamente efficace e quali (eventuali) problemi possa creare. Già, perché l’obiettivo del progetto Ocean Cleanup è ancora più ambizioso: creare un’installazione lunga 100 km per “impacchettare” e raccogliere la Great Pacific Garbage Patch, l’enorme isola di spazzatura che galleggia tra le Hawaii e la California.

Di “isole” così, nei nostri oceani, ce ne sono ben cinque, e l’obiettivo è cercare di eliminarle anche perché la plastica nel mare ha tempi di biodegrado interminabili, dai 100 ai 1000 anni: siamo sicuri di riuscire a permetterceli ancora per tanto a lungo?

Senza contare che la plastica, anziché essere smaltita impropriamente può facilmente essere riciclata: giusto qualche giorno fa vi abbiamo parlato di un progetto di Adidas, pronta a produrre abbigliamento tecnico con la plastica raccolta in mare. Che il suo progetto e Ocean Cleanup possano incontrarsi, aiutando il mondo a diventare finalmente meno inquinato?

La più importante piattaforma di crowdfunding al mondo ora parla italiano: scopri come funziona e se hai un’idea, è ora di mettersi in gioco, ecco come!

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Alessandro Fumagalli

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kickstarter-italiaIeri vi ho parlato di un crowdfunding piuttosto bislacco, che punta a salvare la Grecia dal default con una sottoscrizione popolare. Ma il crowdfunding è – soprattutto – una cosa seria, che può rivelarsi davvero utile per chi ha un’idea e cerca la classica “spinta” per partire e riuscire a proporsi sul mercato, senza bisogno di avere padrini alle spalle o altre agevolazioni.

Ebbene, la notizia di questi ultimi giorni è che Kickstarter, una delle più importanti piattaforme al mondo, ha iniziato a parlare italiano.

Che differenza fa?

Beh, una differenza mica da poco! Prima, infatti, chi aveva un’idea era costretto a proporsi su una piattaforma sì online, quindi aperta al mondo e visibile ovunque sia disponibile una connessione a internet, ma comunque americana a tutti gli effetti: valeva per i riferimenti normativi – un punto su cui in Italia si potrebbe aprire un bel dibattito, come avevamo visto qualche mese fa nel blog di Axura – ma valeva soprattutto per la valuta, visto che chiunque volesse raccogliere fondi lo doveva fare riferendosi al dollaro; pur lavorando, poi, in euro.

Bene: d’ora in poi invece Kickstarter parlerà in italiano! Non sarà importante tanto per chi vorrà presentare i propri progetti, visto che per ampliare la platea dei potenziali mecenati converrà associare alla desc del progetto in italiano anche quella in inglese (che ha sicuramente un pubblico di lettori più vasto, pressoché sconfinato); sarà invece una differenza enorme, ad esempio, a livello di conti correnti d’appoggio e dati bancari più in generale: prima bisognava appoggiarsi a qualche servizio all’estero, oggi si può fare tutto con quello che già si ha 😉

Il vantaggio è tangibile, anche perché Kickstarter in italiano non sarà comunque un Kickstarter Italia. In quest’ultimo caso, infatti, avrebbe potuto avere una platea decisamente più limitata, mentre qui quello che la piattaforma di crowdfunding propone e di presentarsi in italiano, ma proporsi a tutto il mondo: chi dovesse guardare i nostri progetti dagli Stati Uniti, per dire, vedrebbe solo una conversione euro/dollaro dei valori finanziabili. Punto.

Accesso semplificato e possibilità di incontrare tutti i finanziatori/mecenati del mondo: non c’è che dire, ora che Kickstarter parla italiano è davvero arrivato il momento di farsi venire una buona idea!

e se non è una #buonanuova questa..

i lemuri non si salvano da soli, rischiano l’estinzione, lo sapevi? Ecco il crowdfunding che coinvolge le celebrità per salvarli!

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Alessandro Fumagalli

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Io che li ho visti molto da vicino ve lo posso assicurare: i lemuri sono bellissimi, originali, unici!

Quella culla della biodiversità che è il Madagascar ospita gli “originali”, dacché si tratta di una specie autoctona; dopo il grande successo del film d’animazione (e del personaggio di Re Julien) i tour dell’isola non prescindono da una visita ai parchi naturali dove i lemuri vivono, e hanno imparato a convivere con la presenza del turista – con tutti i suoi pro e tutti i suoi contro.

i lemuri, animali simbolo del Madagascar (foto: Alessandro Fumagalli)
i lemuri, animali simbolo del Madagascar (foto: Alessandro Fumagalli)

Ebbene, oggi i lemuri rischiano l’estinzione: tra i primi a scomparire potrebbero esserci i lemur catta, quelli con la lunga coda a strisce bianche e nere, ma se i ritmi di questi anni dovessero essere confermati è possibile che entro il 2035 di lemure non ce ne sia più nemmeno uno sulla faccia della Terra.

La colpa non è tanto della selezione naturale, che c’era anche prima e ha permesso ai lemuri di prosperare sulla gigantesca isola dell’Oceano Indiano (e, originalmente, solo lì); la colpa è – molto più – dell’uomo e del suo modo di intendere il turismo: non come esperienza di incontro, ma come caccia (di immagini e emozioni).

Non bastasse il turismo, poi, in Madagascar vanno in scena anche pratiche che non tengono minimamente conto delle esigenze e dei tempi dell’ambiente, come la deforestazione. Pratiche portate avanti da multinazionali senza scrupoli, specialmente francesi, con il sostegno di governi che è facile corrompere o raggirare

Morale della favola, entro 20 anni i lemuri potrebbero estinguersi. Completamente!

Per salvarli è nato un progetto di crowdfunding, quota-obiettivo 7 milioni di dollari: tanto basterebbe per portare avanti il Lemur Action Plan, che punta a razionalizzare gli sforzi per salvaguardare questa specie di mammiferi davvero splendida.

40 organizzazioni collaboreranno su 30 siti “strategici” per cercare di salvare i lemuri da un destino che sembra segnato. L’idea di mettere insieme questo network è di Lynne Venart, una design firm di Washington che ha capito che solo facendo squadra si sarebbe potuto ottimizzare lo sforzo di sensibilizzazione a livello mondiale.

Per saperne di più, potete visitare il sito del Lemur Conservation Network, o seguirne l’azione attraverso le pagine Facebook e Twitter.

Connected Cycle, e lo smartphone allena il ciclista

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Alessandro Fumagalli

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Connected Cycle
Il pedale Connected Cycle invia allo smartphone tutti i dati sulla pedalata e sulla bicicletta

Come allenarsi in bicicletta? C’è chi si affida ai preparatori, chi a tabelle piuttosto esigenti e – infine – chi va “a orecchio” e si basa sulle sensazioni. Poi ci sono quelli più tecnologici, che spendono una valanga di soldi per avere il contachilometri con GPS, il cardiofrequenzimetro, la telecamerina, etc. etc.

La novità è che molto presto tutto questo potrebbe essere integrato in uno smartphone; grazie a un pedale!

Connected Cycle è un’idea di una start-up francese (omonima) che al CES 2015 ha presentato questo oggetto.

Visivamente è identico ai pedali più comuni, forse solo un tantino più civettuolo (è pure colorato!); ma dentro ha una serie di sensori in grado di calcolare la velocità della pedalata, le pendenze superate, il consumo di calorie, la posizione della bicicletta.

Tutti questi parametri vengono poi trasmessi allo smartphone che con un’App dedicata tiene traccia e aiuta a stilare un programma di allenamento davvero “su misura”. Non serve equipaggiare di tutto punto una bicicletta: basta un pedale! Non serve neppure essere diplomati ISEF: scaricando i dati su computer, le tabelle si creano praticamente da sole.

Senza dimenticare che il posizionamento può tornare molto utile in caso di furto della bicicletta: si lancia l’App e si scopre subito dove questa si trova.

Per il momento, ancora nessuna indicazione sul prezzo; il progetto però prosegue, e presto sarà attivata una raccolta di finanziamenti con la tecnica del crowdfunding; maggiori informazioni al sito connectedcycle.com.