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Quante volte al giorno bisogna bere? E’ nata Seed, la bottiglia intelligente che ce lo ricorda: arriverà anche da noi?

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno :-) ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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Gli studi scientifici concordano: bere fa bene, e bisognerebbe bere due litri (di acqua, eh?!? 🙂 ) ogni giorno.

Su la mano quanti ce la fanno..

Succede soprattutto al lavoro: concentrati come si è su quelle che si deve fare, ci si dimentica del resto; e il nostro organismo ne fa le spese, perché senza il corretto apporto d’acqua si rischiano anche gravi patologie a carico dell’apparato escretore – e non solo.

Come si fa, quindi, a ricordarsi che è il momento di bere, o a capire quando è giusto farlo? Ancora una volta è la tecnologia a venirci in soccorso con Seed, la bottiglia intelligente!

Il progetto è stato pubblicato su Indiegogo, e grazie al crowdfunding ha raccolto quanto gli serviva per essere sviluppato. Cioè, in realtà ha ottenuto molto di più: quasi 600mila dollari a fronte di una richiesta di soli 20mila!

Il motivo è presto spiegato: Seed è un assistente validissimo per ricordarsi di bere quando serve, anche se non ce ne accorgiamo. Stiamo facendo sport? Lo capisce, lo traccia e in base ai parametri ambientali sa dirci quando è il caso di fare una pausa per dissetarci. Siamo impegnati in una sessione di studio? Vibrando ci avvisa quando è giusto fare una pausa per un sorso. Ma non solo..

Seed riesce anche a indicarci lo stato dell’acqua in bottiglia: che temperatura ha? è lì da un po’ o è ancora fresca?

Ancora, Seed si può collegare allo smartphone per passare i nostri parametri su quanto abbiamo bevuto, e quanto consumato, nel corso della giornata, in modo da tenere traccia dei comportamenti e capire se si possono migliorare.

Non solo: essendo una bottiglia riutilizzabile ci aiuta anche a non inquinare utilizzando altre bottiglie di plastica: si può riempire infinite volte anche dal rubinetto, e l’ambiente ringrazia.

Il tutto con un dispositivo, il cui cuore pulsante è nel tappo, che tiene la carica per un anno.

Ora che ha ottenuto i finanziamenti Seed è pronto per arrivare sul mercato; oggi siamo abituati ai comuni tappi di plastica, senza alcun pregio, buoni soltanto per essere riciclati; ma quanto questo tappo smart per la bottiglia intelligente potrà arrivare in tutte le case a un prezzo accessibile, quanto ci aiuterà a vivere meglio?

Il video di presentazione è una buona traccia per cominciare a scoprirlo 😉

Dall’Università di Milano al volontariato nei campi profughi del Libano: è la storia di Martina, scopriamola insieme!

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno :-) ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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Di (noi?) giovani si parla spesso, ma li si lascia parlare troppo poco spesso: se lo facessimo, scopriremmo invece un mondo pieno di sogni, di energia e di impegno nel costruire un futuro diverso e (si spera) più giusto e migliore, ben oltre quegli stereotipi che li vogliono incapaci di qualunque cosa. La nostra amica Martina, con la sua storia, è un esempio di tutto questo: conosciamola insieme!

immagine © Emanuele Maria Marchi
immagine © Emanuele Maria Marchi

Ciao Martina! Allora, raccontaci un attimo di te: qual è stato il percorso che ti ha portata a diventare volontaria in un progetto di cooperazione internazionale in Libano?

Circa cinque anni fa, ho iniziato il corso di Relazioni Internazionali a Milano e da quel momento ho avuto l’occasione di approfondire la mia grande passione per il Medio Oriente anche tra i banchi universitari. Il mio sogno era quello di studiare l’arabo a Damasco. Tutto questo poco prima che sbocciassero i fiori della protesta araba dal Mediterraneo al Golfo Persico.

Come sappiamo, la Primavera Araba ha subito evoluzioni diverse all’interno dei singoli paesi e in Siria, da quasi cinque anni, è in corso una guerra e la più grande crisi umanitaria dal secondo conflitto mondiale la quale ha provocato quasi 300.000 morti e 4 milioni di rifugiati. La Siria che avevo imparato a conoscere attraverso le poesie di Qabbani e i racconti di amici siriani, non c’è più e chissà se avrò mai l’occasione di visitarla.

immagine © Emanuele Maria Marchi
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Speriamo di sì.. Ma se ho capito bene questo sogno, al momento irrealizzabile, e la tua passione per quell’area non sono stati accantonati. Anzi..

Circa un anno fa ho deciso di partire per il Libano, il secondo paese (dopo la Turchia) con il più alto numero di rifugiati siriani, più di 1 milione su una popolazione di soli 4 milioni di abitanti.

E come hai fatto?

Ho cercato a lungo qualche organizzazione a cui appoggiarmi, finché ho trovato l’offerta di Aiesec Libano. Aiesec è la più grande organizzazione studentesca al mondo che si occupa di gestire scambi internazionali, siano essi stage professionali o esperienze di volontariato. Mi sono imbattuta nel progetto “Refugee Aid” promosso da Aiesec Libano in collaborazione con un’ong locale (Kayany Foundation) e l’università americana di Beirut (AUB) che cercava giovani volontari pronti a insegnare inglese e altre materie ai bambini della scuola di Mosaab al-Telyani. Così, dopo una trafila burocratica infinita, sono riuscita ad ottenere i vari permessi e sono partita per Beirut. Sono state sei settimane indimenticabili.

immagine © Emanuele Maria Marchi
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Ci puoi raccontare come si svolgeva la tua giornata?

Nelle giornate trascorse ai campi, la sveglia suonava presto, circa alle sei. Tareq, l’autista del pulmino, veniva a prenderci alle 6.30, ci si fermava a mangiare un boccone a metà tragitto e per le 9.30, più o meno, si arrivava a destinazione.

Eravamo divisi in due gruppi: alcuni di noi si occupavano di fare ricerca, interviste e della campagna online per acquistare materiale scolastico per la scuola. Altri, insegnavano ai bambini le materie essenziali: inglese, matematica, arabo e geografia.

Tra una lezione e l’altra organizzavamo giochi di squadra e se faceva molto caldo (ci sono stati giorni di fuoco dove la temperatura ha superato i 52°) allora i bambini preferivano disegnare e colorare. In realtà questi due gruppi non sono mai stati divisi così nettamente, perché tutti volevamo fare tutto. Ad esempio, io ero nel primo gruppo ma finito di raccogliere le informazioni e i dati, potevo sistemarli tranquillamente una volta tornata a Beirut, per cui insegnavo inglese e l’alfabeto arabo ai bambini i quali, a loro volta, mi correggevano la pronuncia delle parole e, giustamente, mi interrogavano per vedere se le avevo memorizzate nel modo giusto 🙂

immagine © Emanuele Maria Marchi
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Circa alle due Tareq ci aspettava per riportarci a Beirut e, al ritorno, la strada era sempre molto più lunga a causa del fitto traffico. Comunque la sera di solito preparavamo le lezioni/attività da svolgere in classe il giorno dopo e ci dedicavamo essenzialmente alle attività del primo gruppo. In particolare alla campagna di crowdfunding, perché volevamo introdurre una mini libreria nella scuola dal momento che, testi didattici a parte, non era provvista di altri libri.

immagine © Emanuele Maria Marchi
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Perché hai deciso di andare là, rinunciando a quello che potevi avere qui?

Penso sia qualcosa di istintivo, di naturale che appartiene a tutti. Solidarietà umana, empatia. Molto semplicemente, mi sento coinvolta direttamente da quello che succede in Siria: succede qui, su questa terra, peraltro neanche troppo lontano da noi. A uccidere ogni giorno i siriani non sono solo le bombe di Asad, le barbarie dell’Isis e gli interessi di alcuni attori regionali, ma anche l’indifferenza del resto del mondo.

Il sito degli attivisti di Planet Syria si apre con l’immagine di una città ridotta in macerie; dietro quel che rimane delle case di quella città, spunta il pianeta terra: come se i siriani appartenessero a un altro pianeta, un’altra galassia. E infatti nell’aria surreale di quella città fantasma prende forma una domanda che probabilmente, almeno una volta, si saranno posti tutti i siriani: Earth: is anybody out there?

immagine © Emanuele Maria Marchi
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Eh sì, troppo spesso ci accorgiamo di queste tragedie solo quando in qualche modo incrociano il nostro percorso, per esempio creando il problema dei rifugiati. Cosa pensi che potremmo fare noi, nel nostro piccolo, per cambiare le cose?

Informarci, dedicare parte del nostro tempo a persone che non hanno più niente e rompere il silenzio. L’informazione è importantissima, purtroppo viene spesso impiegata in modo scorretto contribuendo a diffondere notizie e dati non veritieri che alimentano così odio e diffidenza.

Comunque qualcosa di concreto nel nostro piccolo possiamo farlo e senza prendere un biglietto aereo. Ad esempio, possiamo donare materiale di prima necessità a gruppi, associazioni, centri e organizzazioni di cui ci fidiamo e che si occupano di fornire assistenza e aiuti ai rifugiati. Possiamo trascorrere del tempo con loro, parlare, berci un caffè. I bambini nella Beqaa erano felici quando ricevano un pallone o una biro con cui scrivere, ma lo erano altrettanto quando si posticipava il ritorno verso Beirut per passare più tempo insieme a parlare, giocare, colorare, cantare e scherzare. Cose normalissime, ma che possono cambiare la giornata di qualcuno.

immagine © Emanuele Maria Marchi
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Hai conosciuto una bella storia che può essere il seme di una speranza in un futuro meno tribolato per le persone che vivono in quelle aree?

Ho conosciuto tante persone, ognuna con la sua storia da raccontare e i suoi ricordi da condividere. Nel mio piccolo, da quello che ho potuto vedere e vivere ogni giorno, posso dire che negli occhi delle persone e nelle loro parole c’è più dolore, afflizione e rassegnazione che speranza. È demoralizzante constatarlo, ma forse rendersene conto è importante, perché laddove c’è un problema deve anche esserci una soluzione. Per cui, oltre agli aiuti concreti e materiali, la domanda dovrebbe essere: come e cosa possiamo fare per ridare speranza a queste persone?

immagine © Emanuele Maria Marchi
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Di certo, i bambini, nonostante abbiano vissuto esperienze di morte e violenza, sono quelli con più energia e voglia di fare. La scuola mantiene viva la speranza di molti. Ricordo che durante le ore di ricreazione c’erano alcuni bambini che volevano continuassi a insegnare, mi chiedevano di ripetere la pronuncia inglese di una parola, c’è chi ne voleva sapere altre e chi invece mi chiedeva ogni giorno di raccontargli di casa mia, dell’Italia, del profumo del mare, della neve, dei fiori, dei miei amici.

C’è tanta voglia di imparare, chiedere, scoprire nuove realtà e, chiaramente, vivere una vita normale. Per cui, forse, riallacciandomi alla tua domanda, credo proprio che la speranza si possa ritrovare nelle parole e nella voglia di vivere dei bambini e dei ragazzi.

Circo InZir porta spettacoli e divertimento nei Paesi più poveri, quale sarà la prossima mèta?

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno :-) ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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fonte immagine: circoinzir.wordpress.com
fonte immagine: circoinzir.wordpress.com

Il martedì, su #buonanuova, è il giorno delle associazioni: cerchiamo storie di realtà che si reggono soprattutto sul volontariato, e che propongono progetti di solidarietà a 360°;

ne conosci qualcuna e vorresti che ne parlassimo? Scrivi a buonanuovablog@gmail.com, potrebbe diventare la nostra “prossima puntata” 😉

Oggi parliamo di Circo InZir, un progetto che nasce a Bologna (InZir, infatti, è il modo dialettale per dire “in giro”) in seno a Teatro Circo per offrire alle popolazioni dei Paesi più disagiati – a causa della povertà, della guerra, o del letale mix tra questi due ingredienti – un momento di svago e di divertimento.

L’arte è davvero un linguaggio universale, e quella di strada lo è ancora di più: supera le barriere che dividono le diverse culture e le rende in grado di comunicare tra loro, usando il sorriso come chiave per aprire tutte le porte.

E’ così che, nel 2012, da una “massa” eterogenea si è formato un collettivo di artisti, coagulato attorno all’idea di usare il circo come mezzo di condivisione dell’arte nel mondo. Raccolti i fondi necessari per dare il “la” all’idea, naturalmente attraverso cabaret e spettacoli a offerta libera, Circo InZir è partita nel 2012 alla volta del Sahara Occidentale per presentare il proprio spettacolo nei campi profughi Saharawi.

Due anni più tardi, nel 2014, è stata la volta del Guatemala, mentre la mèta programmata per quest’anno è l’Etiopia, o più precisamente il Corno d’Africa. Sì, perché quando Circo InZir si mette in viaggio non può dire di aver proprio un obiettivo specifico che non sia quello di mettere in scena uno spettacolo in grado di regalare un sorriso a chi è più in difficoltà; l’itinerario, poi, può subire variazioni in corso d’opera, come quella volta che i ragazzi furono notati dal ministro algerino della cultura e invitati a portare in scena il loro show nel cuore di Algeri 🙂

Naturalmente l’attività di Circo InZir ha dei costi, e anche progettare il viaggio in Etiopia significa dover sostenere delle spese: per questo il gruppo ha creato una campagna di crowdfunding sul sito produzionidalbasso.com, dove chiunque può offrire il proprio contributo a sostegno del progetto.

Se l’obiettivo è quello di portare un sorriso anche dove di motivi per stare allegri ce ne sono pochi, merita tutta la nostra miglior pubblicità non trovate?

Un bottone per contrastare gli stupri: in America sta nascendo grazie al crowdfunding, a quando anche in Italia?

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno :-) ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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Usare violenza è sbagliato e odioso, farlo su una donna è – se possibile – anche peggio.

Le statistiche più recenti dicono che, in America, 1 donna su 5 ha subito uno stupro nella sua vita (quella degli stupri nei college, ad esempio, è una vera e propria emergenza sociale, e di stupri si parla parecchio anche su Medium con tanti racconti in prima persona come questo – che vi consiglio di leggere, anche se è in inglese), e nonostante gli strumenti di contrasto messi in campo di certo non manchino, la piaga continua a dilagare.

Ora c’è una novità che arriva dal mondo della tecnologia, e dal crowdfunding: su Indiegogo, Athena sta raccogliendo i fondi necessari per poter essere sviluppata.

athena_roar-for-goodChe cos’è Athena? A guardarla, si tratta di un semplice e piccolo bottone rotondo, con una clip che permette di allacciarla ai pantaloni, o come pendente di una collana. Le qualità, in effetti, Athena le ha al suo interno: basta pigiare sulla sua superficie perché emetta un segnale d’allarme, e contemporaneamente invii un messaggio di testo indicando il posizionamento geografico (suo e di chi la indossa) a una serie di destinatari salvati come contatti d’emergenza.

L’idea è piaciuta molto, a conferma del fatto che il problema è molto sentito, al punto che a fronte di una richiesta di 40mila $ per il suo sviluppo ha ottenuto tutto il budget necessario in sole 48 ore e continua a macinare record.

Visto che spray al peperoncino e taser non sono ancora in dotazione per tutti, e che comunque negli aeroporti vengono (giustamente) confiscati, Athena è un’ottima alternativa anche per chi si sta mettendo in viaggio, e magari teme di poter incappare in brutte compagnie.

Senza contare che può trovare un impiego non solo nel contrasto agli stupri, ma anche come bottone d’emergenza in tante altre situazioni aiutando a salvare delle vite. Scusate se è poco..

Le prime spedizioni sono previste per il marzo del 2016; se volete acquistarlo o scoprire ancora di più, ecco il link di riferimento 😉

A 23 anni inventa lo scuolabus ecologico e lo costruisce col crowdfunding: ecco la storia di Amaury!

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Alessandro Fumagalli

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Più o meno ogni città ha un problema che si manifesta tutte le mattine, diciamo intorno alle 8/8.30: il traffico nella zona delle scuole. Tanti genitori convergono, con i loro bambini e – ahinoi – le loro automobili nello stesso punto nello stesso momento, creando un caos che è sempre più difficile da gestire. Succede anche da voi?

Spesso l’alternativa si chiama Pedibus: una lunga fila indiana di bambini che si tengono per mano a due a due, con un adulto che passa a prenderli alle diverse fermate, li raccoglie e li guida (con tanto di giubbottino catarifrangente) fino alla scuola. Per farlo, i Comuni non hanno grosse alternative se non quella di affidarsi al volontariato, che però per sua natura può anche non esserci, e quando succede il problema torna a esplodere in tutta la sua urgenza, che ha anche degli effetti evidentemente deleteri sull’ambiente e la qualità dell’aria che si respira.

scool-bus-rouenE’ partendo da queste considerazioni che Amaury, un ragazzo francese di Rouen, ha pensato di costruire un’alternativa. Ha così inventato una macchina, verde, visivamente simile in tutto e per tutto a un’automobile, che però funziona a pedali. Il progetto è stato pubblicato su un sito di crowdfunding, dove ha raccolto i fondi necessari per essere realizzato, ed è così che Amaury ora può girare per le strade di Rouen con questo simpatico mezzo: la mattina parte da casa, passa dalle fermate dove raccoglie i bambini che lo aspettano, li carica sul suo S’cool bus e li invita a pedalare tutti insieme, per arrivare tutti insieme a scuola. Praticamente come se usassero un risciò, anche se c’è sempre un motore elettrico di supporto per assistere la squadra nella pedalata.

Per salire su questo scuolabus a emissioni zero bastano un certificato medico di buona salute, un caschetto da ciclista e un giubbino catarifrangente. La #buonanuova è che su S’cool bus si socializza, si fa un po’ di sano esercizio fisico e si risolve il problema del traffico nei dintorni delle scuole: un’idea semplice, se vogliamo, ma con un impatto davvero positivo sotto tanti punti di vista.

Se arrivasse anche nella vostra città, la fareste usare ai vostri figli? 😉

Mettersi in tasca un museo? Con Mini Museum si può: ecco perché è una buona idea e può funzionare!

Federica De Martino

Federica De Martino

scrivo da sempre, ma solo di ciò che mi piace.
non lo considero un lavoro, piuttosto uno sfogo.
le buone notizie sono per me le migliori.
Federica De Martino

mini-museumNasce su un sito di crowfunding il curioso progetto dell’americano Hans Fex che incastona nella resina pezzettini di storia creando dei veri e propri piccoli musei.

Nel lontano 1977, a soli 7 anni, Fex rimase ispirato dai reperti che il padre, uno scienziato e collezionista di artefatti, riportò a casa da uno dei suoi viaggi: questi erano infatti incastonati nella resina epossidica. Con l’aiuto del padre creò una lista di 20 esemplari da racchiudere in una lastra di resina. Da qui l’idea di creare Mini Museum, letteralmente dei musei in miniatura, per tutti i collezionisti e amanti di storia come lui.

Negli ultimi 35 anni Fex ha raccolto campioni incredibili appositamente per questo progetto.

“Milioni di anni di vita, scienza e storia nel palmo della tua mano”

Il Mini Museum è infatti una raccolta portatile di curiosità dove ogni oggetto è autentico ed etichettato. Ogni museo è stato accuratamente progettato per condurre il collezionista in ​​un viaggio di apprendimento e di esplorazione.

I campioni raccolti vengono rotti con cura in pezzi più piccoli, incorporati nella resina acrilica creando così un museo epico in uno spazio minuscolo. Ogni mini museo è artigianale, numerato singolarmente ed in edizione limitata. La maggior parte di questi esemplari sono stati acquisiti direttamente da Fex su consiglio di curatori di musei, ricercatori e storici universitari.

La sua raccolta ha inizio con uno dei reperti più antichi dell’Universo conosciuto: la materia raccolta dalle condriti carbonacee. Questi meteoriti contengono materiale vecchio più di 4 miliardi di anni.

Tra i reperti più curiosi inseriti nella resina vi sono anche: pietre lunari e marziane, fasciature di mummia, pezzi di dinosauri come t-rex e triceratopo, granelli di muro di Berlino, monte Everest, peli di mammuth, schegge di mattone della casa di Abramo Lincoln… etc.

Ogni museo è poi dotato di opuscolo informativo su ogni campione inserito all’interno della resina.

Il progetto ha subito raggiunto cifre da capogiro su Kickstarter tanto da avere fondi per una seconda edizione ancora più incredibile e tutta da scoprire.

Scrivere appunti su un quaderno e ritrovarseli in digitale nel Cloud: ecco Rocketbook, come funziona?

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno :-) ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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Da piccolo avevo una fissa, e crescendo ho scoperto di non essere il solo: amavo i quaderni nuovi, immacolati, ancora mai scritti né aperti. Arrivavo persino a interrompere a metà l’utilizzo di quelli vecchi per il piacere di cominciarne di nuovi; lo facevate anche voi? 🙂

Certo, il problema era che poi i quaderni vecchi finivano in un angolo, con tutto il loro contenuto di storie, disegni, appunti, calcoli matematici.. Dimenticati, questo era il loro destino. Oggi c’è un innovazione che promette che in futuro non sarà mai più così, è Rocketbook!

La sua qualità principale non è quella di essere sempre nuovo (anche se ha pure questa: ci arriveremo poi), bensì di essere un quaderno a tutti gli effetti ma sincronizzato con il cloud. Magico!

rocketbookIn sostanza potete scrivere i vostri appunti a mano, che viene comodo per chi oltre al testo ama mettere frecce, schizzi di disegni, bozzetti grafici e quant’altro si possa scarabocchiare, e vederli sincronizzati e archiviati in uno dei vari servizi cloud che utilizzate.

Sì, perché Rocketbook non si sincronizza solo con Google Drive piuttosto che con Dropbox, ma consente di scegliere “dove” deve andare un certo appunto in modo che possiate tenerli archiviati in base alla logica che siete soliti applicare: basta annerire uno dei 7 simboli che ci sono a più di pagina, dopo averli associati a un particolare servizio di archiviazione.

Naturalmente per il funzionamento di tutto questo è fondamentale uno smartphone con la sua brava app di Rocketbook scaricata: grazie a quella, quando si scrive i contenuti vengono archiviati in formato JPEG ad alta risoluzione, e praticamente gli appunti presi a mano si trasformano in appunti digitali (seppure immodificabili).

Rocketbook ha 100 pagine, e vi starete già chiedendo quanto mai potrà costare visto il concentrato di tecnologia che c’è al suo interno. Anche qui, sorpresa: su Kickstarter, chi ha scelto di finanziare il progetto l’ha potuto pagare meno di 20 euro. Non è un caso se il crowdfunding ha raggiunto il 3000 per cento del suo obiettivo di partenza :O

Finite le 100 pagine, che si fa? Si torna a scrivere sulle pagine già usate sperando di aver lasciato qualche angolo libero? Nossignori: 30″ nel forno a microonde e Rocketbook torna come nuovo: bianco e immacolato, pronto per accogliere di nuovo i vostri appunti 😉

Quando arriva Natale? In una piccola città canadese è arrivato a ottobre, ecco il commovente motivo

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Alessandro Fumagalli

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Il Natale quando arriva arriva

diceva Renato Pozzetto in una pubblicità davvero celeberrima, ma nonostante questo lui è sempre rimasto lì, al 25 dicembre, a far sognare i bambini di tutto il mondo. Tranne che in un paesino del Canada..

Già, perché lì il Natale è arrivato con due mesi in anticipo: il 24 ottobre, St. George si è vestito a festa con luminarie, alberi di Natale, case decorate con fiocchi di neve e quant’altro serve per creare la tipica atmosfera natalizia. Ma perché?

Semplice: perché a St. George abita Evan, un bambino di 7 anni che ha chiesto di vedere il Natale in anticipo. Badate bene: il suo non è stato un capriccio, ma solo l’ultimo desiderio di un bambino condannato a convivere con un tumore al cervello che potrebbe non lasciargli ancora troppo tempo a disposizione. Dopo cinque anni di lotta, infatti, i medici che hanno Evan in cura hanno scritto una diagnosi che suona come una sentenza: il tumore sta crescendo, e il bambino potrebbe avere solo poche settimane di vita davanti a sé.

buon-natale-evanLa madre di Evan, però, ha voluto fargli un ultimo regalo. Per questo ha creato una campagna di crowdfunding e una pagina Facebook nel tentativo di coinvolgere tutta la città e convincerla a vivere il Natale in anticipo di un paio di mesi rispetto al programma tradizionale.

La richiesta di Shelly (questo il nome della madre di Evan) è stata chiara, e neppure particolarmente esagerata: 1500 $ per poter donare un sogno a suo figlio, più l’impegno, di tutti quelli che potevano, a contribuire alla realizzazione del progetto.

Il risultato è andato ben oltre le aspettative: la campagna ha raccolto più di 46mila dollari, ma quel che è ancora più straordinario è che la sera del 24 ottobre 2015 la città di St. George si è stretta davvero attorno a questo bambino e alla sua famiglia per permettergli di veder realizzato il suo sogno più grande: vivere, un’ultima volta, il Natale e la sua impareggiabile magia.

Non fa schiuma, non inquina ma lava più di qualunque detersivo: è una saponetta a ultrasuoni, quando potremo usarla?

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Alessandro Fumagalli

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La lavatrice è entrata nelle nostre case da cinquant’anni o poco più, eppure è difficilissimo farne a meno: vuoi mettere la comodità di buttare tutto dentro, aggiungere un po’ di detersivo e aspettare che sia lei a fare il lavoro “sporco” ? I nostri nonni (anzi: le nostre nonne) erano costretti (e) a portare il mastello fino al lavatoio più vicino, e spesso al fiume, che non è proprio dietro l’angolo per tutti.. Per fortuna per le nostre mamme, e per noi, la storia è cambiata!

Per i nostri figli, però, potrebbe cambiare di nuovo. Su Indiegogo, la piattaforma di crowdfunding che si contende questa innovativa piazza con Kickstarter, è arrivato Dolfi, un brevetto davvero rivoluzionario.

dolfiA guardarlo sembra in tutto e per tutto una saponetta: è bianco, ha i bordi arrotondati; ha persino inciso il nome sulla faccia superiore 🙂 Della saponetta recupera un’utilità: quella di pulire! Ma non lo fa con “la forza smacchiante del sapone”, bensì con la tecnologia a ultrasuoni che rimuove le macchie e gli odori.

Bastano 30/40 minuti, un po’ d’acqua, un po’ di detersivo e un lavandino (o un bidet, o.. un cestello della lavatrice) per pulire fino a 2kg di bucato, sebbene poi lo si debba risciacquare sotto l’acqua corrente perché questa funzione, ahinoi, ancora non è prevista.

Dolfi pesa 300 grammi, consuma 80 volte meno acqua rispetto al lavaggio di una lavatrice, è così piccolo che può stare nel palmo di una mano (misura 8 centimetri per 3 di spessore) e costa solo 99 dollari nella fase di lancio proposta su Indiegogo.

dolfi-before-afterPer le lenzuola non è ancora adatto, ma può essere un ottimo compagno di viaggio per chi si muove spesso e non ha la possibilità di portarsi appresso decine di cambi: consuma poco, inquina pochissimo e i risultati – assicurano le immagini – sono entusiasmanti.

I vestiti diventano “più bianchi del bianco”, e se il mercato premierà questa novità chissà che non possa aprirsi una strada per creare un modo nuovo e più rispettoso dell’ambiente di fare il bucato. Vi piacerebbe? Non resta che aspettare un pochino: i primi Dolfi cominceranno a essere spediti sotto Natale negli Stati Uniti, e per quelli che lo hanno acquistato dall’Italia l’attesa potrebbe essere solo poche settimane più lunga.

Nel frattempo, perché non ingannarla guardando il video di presentazione del progetto? 🙂

*fonte immagini: https://goo.gl/6pYnsr

Toglie la barba, non irrita la pelle e non si consuma: dopo le spade laser di Star Wars, arriva il rasoio laser (ma questa volta per davvero!) [AGGIORNATO il 13 ottobre 2015]

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Alessandro Fumagalli

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Il laser è entrato di prepotenza nell’immaginario collettivo con le spade di Star Wars, che ancora oggi sono un’icona per intere schiere di generazioni di appassionati del genere: anche voi siete tra questi? 🙂

Da allora a oggi di strada se n’è fatta parecchia, al punto che l’immaginazione è diventata realtà e la tecnologia laser è uscita dal grande schermo per approdare nella nostra quotidianità: se state giocando alla Playstation forse è anche grazie al laser che legge il disco, ma lo stesso discorso vale pure per i CD musicali e un sacco di altre applicazioni. Come sapete bene, magari per averlo sperimentato in prima persona, addirittura in medicina siamo arrivati agli interventi di chirurgia laser!

rasoio-laserIl futuro, anche immediato, ha promesse ancor più entusiasmanti: c’è chi scommette, anzi giura, che tra pochi mesi sul mercato ci saranno i primi rasoi laser! Di quelli per farsi la barba, per capirci, o depilarsi le gambe, o tagliare i capelli. Il merito è tutto di Skarp, un progetto che vuole portare la rasatura nel 21esimo secolo – come svela, non senza presunzione, il suo claim!

Di per sé la promessa è allettante: quante volte, facendovi la barba, avete rischiato di tagliarvi? Quante volte ci siete, purtroppo, riusciti? Quante volte depilandovi le gambe avete pigiato più del lecito sulla lama, convinti che non stesse facendo il suo lavoro, e vi siete rovinati la pelle? Quante il viso vi si è riempito di puntini e macchie rosse da irritazione, anche se pensavate di esserci stati attenti?

Tutto questo molto presto potrebbe essere un ricordo, grazie a una tecnologia davvero rivoluzionaria basata, appunto, sul laser.

A “inventarla” è stato un team guidato da Morgan Gustavsson, uno degli scopritori delle potenzialità della luce pulsata. Morgan sta lavorando al progetto da 14 anni, ossia da quando ha realizzato che la luce pulsata può avere tante applicazioni ma non quella che interessava lui, ossia quella di essere efficace nella rasatura.

Il laser, invece, sì: nel 2009, infatti, Gustavsson ha scoperto che c’è una particolare lunghezza d’onda che agisce sul cromoforo, ossia sull’elemento che dà colore a peli, barba e capelli; quando il cromoforo del pelo assorbe il laser, quest’ultimo scalda il follicolo e distrugge il pelo.

La pelle non viene toccata, quindi non resta irritata, e anche se il risultato non è così immediato e perfetto come si potrebbe desiderare è comunque un buon punto di partenza. Anche perché Skarp nel frattempo è sbarcato su Kickstarter, e a fronte di una richiesta inferiore ai 200mila dollari ha raccolto 10 volte tanto (e oltre).

Ossia quanto basta per proseguire nello sviluppo, e riuscire a trasformare la rasatura da un mezzo incubo a un sano piacere da coltivare di tanto in tanto.

Il tutto senza dimenticare che un rasoio laser, che non si consuma mai, potrebbe ridurre la quantità di spazzatura che si crea con la semplice operazione della rasatura. Oltre alla pelle, anche l’ambiente ringrazierà 😉

Aggiornamento del 13 ottobre 2015:

***ATTENZIONE*** c’è un’importante novità: dopo aver fatto molto parlare di sé sulle testate di tutto il mondo, il progetto di Skarp è stato sospeso su Kickstarter! A quanto pare, infatti, violava le regole sui prototipi della grande piattaforma di crowdfunding, che con una mail ha avvisato tutti i backers (ossia i donatori) che la campagna è chiusa e che i fondi saranno restituiti.

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Cercheremo di capire le ragioni precise di questa sospensione, se volete saperne di più continuate a seguirci 😉