Meglio l’originale o la parodia? Star su Instagram vs. vita normale, ecco una sfida tutta da ridere

Chi bazzica Instagram senza particolare trasporto si sarà forse chiesto, guardando le immagini delle star, in ordine sparso:

  • a cosa servono?
  • come avran fatto a scattarsele?
  • (ma soprattutto) che c***o di posa è questa?

Le stesse domande se le è fatte anche Celeste Barber, una comica australiana che poi, quasi per scherzo, ha cominciato con la sorella a riprodurre le fotine più stravaganti senza avere il physique du role per.

La verità, però, è che anziché coprirsi di ridicolo, come qualcuno potrebbe pensare, Celeste è riuscita a entrare in empatia con quello che stavano pensando tanti altri utenti di Instagram come lei, ossia: ok essere star, e pure belle (donne, generalmente); ma può bastare questo per ammantare di “nobiltà” delle immagini che altrimenti, fatte su altri soggetti, sarebbero considerate solo tra il surreale e il demenziale?

Così la sua parodia è diventata virale, e tutta da ridere! Ecco qualche esempio

Sexy whiplash #celestechallengeaccepted #funny #mirandakerr @whohaha @elizabethbanks

Un video pubblicato da Celeste Barber (@celestebarber) in data:

Individuals. #celestechallengeaccepted #celestebarber #funny #kimkardashian #kourtneykardashian #khloekardashian

Una foto pubblicata da Celeste Barber (@celestebarber) in data:

#tbt There’s only one ‘I’ in selfie, Kris. #celestechallengeaccepted #celestebarber #krisjenner #funny #throwback

Una foto pubblicata da Celeste Barber (@celestebarber) in data:

Not tonight babe, I’m tired. #celestechallengeaccepted #celestebarber #kimkardashian #kimye #kanyewest #GrootWedding

Una foto pubblicata da Celeste Barber (@celestebarber) in data:

Hitting the shops hard. #celestechallengeaccepted #funny #piamia #celestebarber

Una foto pubblicata da Celeste Barber (@celestebarber) in data:

Ma sull’account Instagram di Celeste ce ne sono ormai a tonnellate, di foto così, e ne arrivano sempre di nuove. Morale? Se volete farvi una risata, vi consigliamo di cominciare a seguirla 😉

Vittime di violenza? Il Jobs Act introduce il congedo retribuito, ecco come funziona!

Cominciamo facendo outing: non siamo “boldriniani”, dunque crediamo che qualunque forma di violenza – senza distinzioni – sia odiosa, da evitare e contrastare.

Poi è evidente: esistono tante donne vittime di violenza domestica, ma non in quanto donne – introdurre una distinzione come questa sarebbe infatti una forma di “razzismo” al contrario, non certo un tentativo utile a risolvere il problema.

violenza-sulle-donneMa torniamo al punto: sono tante le donne vittime di violenza tra le mura di casa. Un crimine subdolo, perché spesso non viene denunciato: per paura, per la speranza che sia stato solo un caso, per non turbare gli equilibri all’interno della famiglia, oppure perché si pensa di non essere credute.

Ancora troppo spesso le donne vittime di violenza casalinga che si inventano di essere cadute dalle scale o di aver cozzato con un mobiletto per giustificare segni e lividi, anziché cominciare un percorso di liberazione che possa guidarle verso la soluzione del problema.

Ecco, per loro c’è una bella novità (anzi: una #buonanuova) introdotta nel Jobs Act, il recente nuovo codice del lavoro – su cui sospendiamo il giudizio: non è questa la sede per una bagarre politica.

E’ stato proprio il Jobs Act, infatti, a iniziare un percorso che poi è stato completato con una circolare dell’INPS (la numero 65) che fissa i

criteri per l’erogazione dell’indennità che spetta alle dipendenti del settore privato vittime di violenza di genere

Evidentemente è solo un primo passo, ma nella giusta direzione: se è vero, infatti, che restano escluse dal provvedimento le casalinghe (che qualcuno si ostina a chiamare con fantasiosi giri di parole, quasi fosse disonorevole 🙁 ), registriamo comunque un buon inizio, sperando che altri passi possano seguire.

Anche perché la violenza sulle donne costa, all’Italia (secondo dati ISTAT) ben 17 miliardi di euro all’anno, per il suo impatto negativo su tutte le relazioni sociali e lavorative di quelle che ne sono coinvolte.

Ora le donne che subiscono percosse e altre forme di violenza, nel caso in cui siano dipendenti del settore privato e siano state inserite in percorsi di protezione hanno diritto a un congedo retribuito fino a tre mesi.

Se ne è parlato poco, ma è una notizia di portata davvero rilevante 😉

Immigrati reclutati per la cura del patrimonio artistico: ecco una storia che fa bene a tutti!

Il candidato risolva un problema, anzi due:

1. l’Italia ha un enorme patrimonio artistico da custodire, ma non le risorse sufficienti a poterlo gestire: come rimediare?

2. i migranti che arrivano nel nostro Paese dovrebbero essere seguiti e avviati a un percorso che consenta loro di diventare cittadini, anziché rimanere ai margini con il rischio che questo li esponga a diventare manodopera a basso costo a disposizione della criminalità organizzata. Anche in questo caso, la domanda è la stessa: come rimediare?

>>>ANSA/PAPA A LAMPEDUSA: FARA' APPELLO A PRENDERSI CURA DEI MIGRANTIIn Toscana, ad Asciano, sembra abbiano trovato la quadra: il 9 e 10 aprile, in occasione di “Asciano Città d’arte”, le chiese del capoluogo delle Crete Senesi sono state affidate proprio a dei migranti, diventati per due giorni “angeli custodi” dei monumenti aperti al pubblico.

In questo modo è stato possibile aprire al pubblico i capolavori artistici della Basilica di Sant’Agata, della chiesa di San Francesco, di quella di Sant’Agostino e della cappella di San Sebastiano, tutti ad Asciano: 7 giovani richiedenti asilo si sono infatti presi l’impegno di gestire gli ingressi e controllare che tutto, all’interno dei monumenti, si potesse svolgere nel migliore dei modi, in cambio di un rimborso (simbolico se vogliamo, ma pur sempre significativo) per il lavoro svolto.

Chiaramente non si tratta della panacea di ogni male, ma solo di un episodio isolato e una tantum. Chissà che altre istituzioni, però, non possano prendere esempio da questa bella esperienza per pensare a un’accoglienza fatta non solo di doveri (curare gli ospiti, dar loro da mangiare, controllare che non scappino..) ma di un vero e proprio percorso di inclusione con l’avviamento al lavoro mediante corsi di preparazione: in Germania, ad esempio, già fanno così, mentre l’assistenzialismo pietistico all’italiana rischia di creare problemi più grandi della pezza che si cerca di mettergli 🙁

Fondazione Sacra Famiglia: a Cesano Boscone la Porta Santa è sempre aperta per chi ha bisogno

Ci sono storie e associazioni di cui si parla meno di quanto meriterebbero, eppure il loro contributo alla società è sicuramente più indispensabile di quanto lo sia il “lato B” di Belen o il quinto scudetto consecutivo della Juventus – giusto per citare due argomenti che vanno per la maggiore in questo momento. Proviamo allora noi a rimediare, con la nostra piccola voce, a questa grande lacuna, e guidarvi alla scoperta della Fondazione Sacra Famiglia di Cesano Boscone.

Questo Comune della cintura milanese più prossima è balzato agli onori delle cronache qualche mese fa, quando è stato indicato come destinazione del condannato – alla pena dei lavori socialmente utili – Silvio Berlusconi. Ma a Cesano Boscone si fa assistenza a chi soffre da molto prima: è dal 1896, infatti, che esiste una città dentro la città pensata per aiutare i disabili (più o meno gravi) e sostenere le loro famiglie.

fondazione-sacra-famiglia-cesano-bosconeSì, perché – specialmente all’inizio del secolo scorso, ma in maniera diversa anche oggi – chi ha un figlio portatore di handicap si trova praticamente solo al cospetto della società: deve sobbarcarsi cure molto care, magari ristrutturare casa per eliminare le barriere architettoniche, trasformare il proprio stile di vita e i propri ritmi per farli respirare insieme a quelli della persona che ha bisogno, e anche per questo viene spesso messo ai margini. Succede oggi, figuratevi cosa poteva essere nella civiltà contadina dei primi del Novecento..

Ecco: la Fondazione Sacra Famiglia offre un conforto a queste persone, impegnandole in attività educative e inclusive che non le facciano sentire diverse e lontane dalla società bensì all’altezza di poterla affrontare, pur con delle peculiarità doverosamente diverse rispetto a quelle che investono i “normali”.

Nell’anno della misericordia, poi, a Cesano Boscone – e all’interno delle strutture della Fondazione Sacra Famiglia in particolare – c’è anche una Porta Santa, che può diventare meta dei pellegrinaggi dei milanesi più devoti e attenti a queste cose. Persone che possono scoprire, con l’occasione, anche una realtà che vive e respira molto vicina a loro e della quale però, purtroppo, si parla poco spesso.

Per approfondire il discorso, che sicuramente non ci illudiamo di aver esaurito in poco più di 300 parole, vi invitiamo a visitare il sito ufficiale della ONLUS: c’è tutto un mondo di assistenza, che ha sempre bisogno anche del nostro aiuto, tutto da scoprire e sostenere.

Le stazioni della Metro cambiano nome per scherzo: succede a Parigi, ecco come l’ha presa chi viaggia

Se avere dei punti di riferimento quando si viaggia è importante, averli quando si viaggia sottoterra lo è ancora di più: come distinguere, altrimenti, una stazione della metropolitana da tutte le altre? Non ci sono monumenti nelle vicinanze, negozi da tenere a mente, e in tanti casi neppure un arredo particolare che possa aiutarci a capire di essere in un posto piuttosto che in enne altri. Vero o no?

A Parigi, in occasione del 1° aprile 2016 (e forse anche per stemperare un po’ di quella tensione che c’è in tutti quelli che prendono la metropolitana dopo gli attentati di Bruxelles), hanno pensato di giocarci un po’ su: nottetempo gli operai hanno cambiato i cartelli di 13 stazioni della rete, con simpatici giochi di parole che hanno lasciato esterrefatti i pendolari e interdetti i turisti.

Alla fine di tutto, comunque, pare che questo piccolo scherzo sia stato un grande successo, almeno a giudicare dal video (stile candid camera) che riprende alcune delle reazioni di chi ha viaggiato durante quella giornata.

Simpatico no? Se succedesse anche nella vostra città, come credete che la prendereste? 😉

Una bambina è costretta alla chemio, quello che fanno per lei i suoi compagni di classe è commovente

Marlee Pack ha solo 9 anni, un’età in cui – se possibile – avere un tumore è anche peggio che in altri momenti della vita: devi smettere di giocare e divertirti insieme ai tuoi amichetti, vedi nel volto dei tuoi genitori la loro preoccupazione per te e quasi ti senti in colpa perché capisci di non poter fare granché per aiutarli. Dev’essere un’esperienza davvero terribile, e naturalmente tutti si augurano che non debba mai più capitare a nessuno di vivere un’ingiustizia così grande – anche se tutti sappiamo che, purtroppo, per tanti bambini non è così 🙁

Ma torniamo a Marlee, che solo un anno fa ha scoperto di essere affetta da un rabdomiosarcoma alveolare, una forma di tumore che attacca i tessuti connettivi (per chi vuole saperne di più, ecco il link alla voce su Wikipedia); per contrastarlo, Marlee ha dovuto sottoporsi a diversi cicli di chemioterapia, che naturalmente hanno comportato la conseguenza visibile della perdita dei capelli.

Al ritorno a scuola, Marlee sarebbe stata l’unica bambina rasata; diversa, e magari fatta bersaglio di quelle prese in giro che i bambini non fanno neanche con cattiveria, ma che le vittime possono vivere con dolore. Per Marlee, per fortuna, non è stato così: anzi..

Un bambino si lascia rasare per essere simile all'amica che ha fatto la chemioterapiaLa sua amica Cameron ha deciso di rasarsi per essere uguale a lei e non farla sentire sola, ma non è stata l’unica: tanti altri bambini della scuola delle ragazzine, l’elementare di Broomfield, hanno deciso di farsi rasare a zero proprio come loro! Ne è nato un evento, organizzato in collaborazione con la San Baldrick’s Foundation (un’organizzazione che sostiene la ricerca sul tumore nei bambini), durante il quale si sono rasati a vicenda 80 bambini, tre insegnanti, il preside e una mamma!

Al termine di questa giornata, che si è trasformata in una grande festa, sono stati anche raccolti 25mila dollari, che finanzieranno le attività della Fondazione; ma più importante ancora di questo è che Marlee ha trovato degli amici così generosi da voler essere al suo fianco in questa battaglia contro un nemico ingiusto: speriamo che la forza di tutti la aiuti a superare al meglio questa situazione 😉

A 85 anni gira Roma per dar da mangiare agli affamati: è la storia di Dino

C’è chi dice, senza vergogna, che i vecchi sono inutili. Un costo, un peso.

Dino Impagliazzo, creatore dell'associazione di volontariato Romamor che segue e aiuta i senzatettoAndate a spiegarlo a Dino Impagliazzo, 86 anni il prossimo 2 maggio, un passato da dipendente INPS e un presente da pensionato (quindi ancora dipendente INPS 🙂 ) ancora bello vivo, vitale e attivo, come dimostra l’idea che ha messo in piedi e con la quale ha coinvolto anche tanti amici, vicini di casa, quartieri e parrocchie.

Un’idea semplice: dar da mangiare agli affamati. Una volta, passando dalla stazione Tuscolana di Roma, Dino ha incontrato una persona – un senzatetto – che aveva fame; e ha pensato: gli porto un panino. Il gesto si è ripetuto nei giorni, poi si è esteso ad altre persone bisognose, poi ha coinvolto amici ed enti (come diverse parrocchie) che si sono lasciati guidare dall’esempio di Dino e ora offrono, proprio come lui, un aiuto piccolo ma concreto a chi fatica a trovare da mangiare ogni giorno.

Dino ha fondato un’associazione di volontari, Romamor. Ogni mattina, ancora oggi dopo diversi anni, si sveglia alle 6 e fa il giro dei panifici per raccogliere delle focacce da distribuire in strada; passa poi per i mercati rionali e ritira la frutta e la verdura meno belle o ammaccate ma ancora commestibili per portarli a chi ne ha bisogno.

La sua “creatura” oggi non si limita a un’assistenza estemporanea “uno a uno” per strada, ma è diventata una struttura con una cucina e più di 200 volontari che, a turno, preparano circa 800 pasti a settimana, da distribuire ai senzatetto di Roma.

Non solo: chi è stato aiutato negli anni, in qualche caso poi è entrato in cucina e ha imparato il mestiere di far da mangiare per tanti, al punto da essere assunto in trattorie e ristoranti e così essere riuscito ad affrancarsi dal bisogno, tornando a essere una parte riconosciuta e apprezzata – anziché esclusa e dimenticata – della società.

Romamor oggi non si limita a servire pasti, ma distribuisce anche vestiario e si occupa di aiutare le persone – soprattutto gli stranieri – a fronteggiare la burocrazia necessaria per l’assistenza medica, la ricerca di un lavoro, etc. Incredibile, vero, cosa è riuscito a fare Dino e cosa continua a realizzare oggi, con la forza dei suoi 85 anni!

Una famosa squadra di calcio aiuta i bambini più poveri grazie al pallone: scoprite quale!

In Italia il calcio è una religione, o forse qualcosa di più: i tifosi più preparati sanno vita-morte-miracoli dei loro beniamini, ricordano ogni gol della propria squadra e guai a sbagliare un risultato di 11 mesi prima quando si parla con loro. Il calcio è una passione sana, uno sport di squadra che allena alla vita, e che però si presta anche a quelle degenerazioni di cui si sente parlare – purtroppo – ancora troppo spesso.

Queste le lasciamo agli altri: a noi oggi piace parlare di quando il calcio fa bene, anzi fa “del bene”, come nel caso del progetto Inter Campus.

Eh sì, perché lontano dalle luci della Serie A e di San Siro, c’è un’Inter che vince sempre, ed è quella impegnata nei Paesi più poveri del mondo con un progetto che cerca di educare – e di strappare dalle cattive abitudini – i ragazzi di strada in molti Paesi del mondo. Con un pallone, tanta fantasia, un impegno che va ben oltre il normale orario di lavoro e una passione che trascende il fatto sportivo in senso stretto per diventare importante dal punto di vista educativo.

Inter Campus è nata nel 1997; è una vera e propria costola della “azienda Inter”, con i suoi dipendenti e un suo budget che arriva proprio da quello della “Casa madre”. L’impegno di questa società, che non è una ONLUS ma a conti fatti lavora anno dopo anno in pareggio (se non in perdita), è quello di usare il calcio come strumento educativo per dare una speranza ai bambini dai 6 ai 13 anni dei Paesi più poveri del mondo.

inter-campus_chapas

C’è il progetto in Africa, che aiuta i “bambini stregone” (ossia quelli tacciati di portare il malocchio, perché nati in un momento di particolare difficoltà) a salvarsi da un destino di emarginazione e morte proprio attraverso il pallone; c’è quello in Romania, realizzato in collaborazione con Parada, che grazie al calcio riesce a dare un’alternativa ai bambini che vivono in stazione e sniffano colla nelle fogne – ebbene sì, purtroppo sì; c’è quello in Sudamerica, dove è stato ricavato un campo per giocare a pallone strappando il terreno a una discarica, dove migliaia di persone vivono abitualmente.

Progetti sparsi in 29 Paesi, che esistono e resistono (e crescono) grazie all’impegno e alla passione del team di all-educatori formato da Inter e alla creatività di uno staff amministrativo che anche in tempi di vacche magre cerca sempre di trovare una strada per recuperare i 20/30 mila euro necessari per avviare un progetto direttamente nel luogo dove questi bambini soffrono, e sono costretti a convivere con una situazione impossibile da sostenere.

Ora lasciamo la parola al sito ufficiale del progetto, per chi vuole approfondirlo: lo trovate a questo link. E’ davvero un dono grande, se pensiamo che Inter ha scelto di dedicarlo ai bimbi fino ai 13 anni proprio per evitare che si trasformi in un momento di reclutamento di campioncini a basso costo: se poi avranno le doti e la grinta necessaria, i ragazzi troveranno da soli la loro strada nel professionismo ma senza che Inter lucri qualcosa su questo. Prendete Murillo: da piccolo è stato un “intercampista”, la scorsa estate è stato acquistato (pagandolo profumatamente) proprio dai nerazzurri e ora è uno dei difensori più apprezzati al mondo; un ragazzo la cui storia è nata proprio sui campi di fortuna creati qua e là nel mondo da Inter Campus!

A Bologna ha aperto una “biblioteca” davvero speciale: indovinate cosa si condivide? :)

Anzitutto, vi chiedo scusa: l’impegno che ho sottoscritto con Voi lettori di buonanuova.it è di condividere almeno una storia al giorno, domenica esclusa, ma nelle ultime due settimane diversi contrattempi mi hanno fatto venire meno rispetto a questo impegno; spero di trovare la vostra comprensione.

Dopodiché il lunedì su buonanuova.it è il giorno della sharing economy, e in tema di condivisione mi piace segnalare anche a voi una bella novità raccontata da Gea Scancarello: la biblioteca degli oggetti!

Ok, il termine biblioteca è improprio (i puristi sanno che deriva dal greco e significa “ripostiglio di libri” – o scrigno, visto quanto sono preziosi per la nostra cultura) ma rende bene l’idea di un posto, chiuso, dove si possono prendere in prestito delle cose; proprio come accade, da sabato 16 aprile, a Dynamo, la velostazione di Bologna.

biblioteca-degli-oggettiIl concetto è semplice: le nostre case sono piene di cose che abbiamo comprato e usato pochissimo, ma magari agli altri possono servire. Che so: avete comprato una zappa per piantare un albero ma dopo quella volta l’avete riposta in garage, inutilizzata; lo stesso si appresta a fare un’altra persona, ma sarebbe uno spreco: due zappe a prendere polvere, a cosa servono?

Portare le cose alla “Biblioteca degli oggetti”, invece, consente di metterle in comune con gli altri, risparmiando e facendo anche un favore all’ambiente (per produrre la zappa dell’esempio di prima, è stata abbattuta una pianta, lavorato dell’acciaio, etc.); un po’ come è successo, sempre a Bologna, con Libri Liberi: vi ricordate la storia di quest’altra bella novità? Ne abbiamo parlato qualche giorno fa..

Ci sono anche delle regole: non si condividono armi, ad esempio, e quando si prende un oggetto lo si può tenere al massimo per 4 settimane, perché (come dice Gea nel suo blog) lo “scopo del gioco” della sharing economy è far circolare le cose e prendersene cura, non certo sbarazzarsene.

Ecco: l’idea ci sembra davvero bella, e buona come è nello stile delle notizie che condividiamo su queste pagine. Conoscete altre esperienze simili anche nella vostra città e vi farebbe piacere raccontarcele? Lo spazio dei commenti aspetta solo le vostre storie 😉

Nuovi passatempi

Questa settimana abbiamo latitato un po’, causa l’accavallarsi di diversi altri impegni, ma promettiamo di tornare presto con un carico di quelle buone notizie necessarie per spazzare via quella rabbia, quella delusione e quella malinconia che qua e là attanagliano molti.

Oggi però è venerdì, e ce la vogliamo regalare una risata? Stavolta il premio “top della settimana” se lo guadagna @nonleggerlo (da seguire assolutamente su Twitter se volete restare informati e divertirvi. Poi non dite che non lo sapevate..)

Questo Tweet è e-pi-co!

Un modo simpatico per parlare di un malcostume parecchio diffuso: speriamo che con l’ilarità il cartello sia riuscito a ottenere il risultato sperato.

quando il bene fa notizia