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Giulia: “Con il volontariato ad Haiti ho imparato a non avere paura. E sulle ONG dico che..”

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno :-) ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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Oggi ti presento Giulia.

O meglio, lascio che sia lei a presentarsi attraverso il racconto della sua esperienza di volontariato ad Haiti.

Conosco Giulia da un (bel) po’: veniva in oratorio quando facevo l’animatore, e l’ultima volta è stato 15 anni fa..

Poi è diventata una fisioterapista (o meglio, la specializzazione precisa non la so quindi ora pubblico, lei mi cazzierà e io passerò a correggere: preparati).

In tutto questo ha trovato anche il tempo per fare “enne” altre cose che io ho sempre desiderato ma non ho mai trovato la forza di fare: il Cammino di Santiago, la volontaria nei PVS..

Proprio dal racconto della sua ultima esperienza (e sono convinto che ultima è solo in ordine di tempo) è nata questa intervista.

Ti consiglio di non perderla, merita (ma arriva a leggerla fino alla fine e dimmi se non ho ragione 😉 )

Ciao Giulia, raccontaci un attimo di te: qual è stato il percorso che ti ha portata a diventare volontaria in un progetto di cooperazione internazionale a Haiti?

E’ stato un percorso iniziato quattro anni fa, quando per la prima volta ho deciso di partire.

Avevo tanta curiosità, volevo conoscere come si vive nei paesi lontani dal nostro “mondo occidentale”. Volevo conoscere persone nuove e le loro storie, così sono partita a cuor leggero per il centro America, destinazione Nicaragua.

Quell’esperienza è stata un punto di svolta nella mia vita: ho iniziato a pensare il mondo come un’unica unità, senza confini né frontiere. Quella è stata un’esperienza che non ha fatto altro che incrementare in maniera esponenziale la mia voglia di conoscere la gente del mondo, e così ha creato i presupposti per questa nuova esperienza haitiana.

Ci puoi raccontare come si svolgeva la tua giornata / cosa facevi, qual era l’obiettivo del tuo lavoro?

Il mio mese di permanenza haitiana è stato suddiviso in tre periodi; il primo e l’ultimo sono stati dedicati ad attività di animazione nei villaggi rurali del nord, il periodo centrale, più breve, di conoscenza del territorio.

Nei villaggi abbiamo svolto attività di animazione per bambini ed adolescenti locali come fosse una sorta di centro estivo, in alcuni casi residenziale; alcuni bambini infatti provenivano da zone lontane anche otto ore di cammino, per cui alcune aule sono state attrezzate a dormitorio.

L’aspetto più stimolante è stato che noi sei italiani abbiamo organizzato e gestito i due campi estivi insieme ai ragazzi haitiani della capitale, nostri coetanei che già frequentano durante tutto l’anno Kay Chal, centro di aggregazione giovanile e scuola per bambini schiavo situato all’interno di Cité Okay, una della più grandi baraccopoli di Port-au-Prince.

Il poter collaborare con i ragazzi haitiani, per i bambini haitiani stessi ma di altre zone, è stata la parte più arricchente per tutti: ognuno ha messo del suo ed ha imparato ancora di più.

Perché hai deciso di andare là, rinunciando (per un certo periodo) a quello che potevi avere qui?

Non ho mai vissuto questa esperienza come una “rinuncia”, ma piuttosto come una grande opportunità. Lasciare a casa certe comodità ti permette di dare il valore corretto alle cose, e soprattutto avere meno distrazioni materiali ti consente di rivalutare quanto sia immensamente più interessante incontrare e vivere le persone.

L’adattamento a situazioni nuove prima o poi arriva: magari inizialmente si fa fatica a non avere l’acqua corrente disponibile a qualunque orario del giorno, per esempio, ma poi ti organizzi.

Spesso all’inizio ho pensato che se i ragazzi haitiani vivono così tutto l’anno, forse io potevo resistere per un mese. L’ormai ex presidente dell’Uruguay, Pepe Mujica, diceva che i poveri non sono quelli che hanno poco, ma quelli che hanno bisogno di tanto.

Cosa pensi che potremmo fare noi, nel nostro piccolo, per cambiare le cose?

Innanzitutto dobbiamo iniziare a cambiare il nostro atteggiamento verso il mondo, passare da una visione locale ad una globale: tener conto delle diversità, ma solo come valore aggiunto, avere la curiosità di conoscere le persone senza dar credito ai discorsi di certi politicanti che cercano di inculcare il seme della paura.

Il diverso è bello, ha qualcosa che io non ho: dobbiamo informarci su cosa succede al di fuori delle mura di casa nostra; dobbiamo studiare per non farci prendere in giro da nessuno, conoscere il significato delle parole.

Immigrato, profugo e clandestino non sono la stessa cosa: abbiamo la fortuna di vivere in un’epoca in cui muoversi è piuttosto facile, viaggiare ed abbattere le frontiere è forse la cosa migliore che possiamo fare.

Cosa pensi degli scandali (sessuali, donazioni rubate, etc.) che di tanto in tanto saltano fuori nel mondo delle ONG?

Haiti forse è il più grande emblema vivente di come un certo tipo di cooperazione internazionale sia fallimentare.

Al di là dei casi di soprusi di cui abbiamo sentito parlare, che fanno veramente male e vanno condannati con fermezza, quando arrivi in un paese con la pretesa di aiutarlo, devi entrare in punta di piedi ed essere cosciente che lo stile con il quale porgi il tuo aiuto è quasi più importante che l’aiuto materiale stesso.

Quando arrivi a Port-au-Prince per esempio vedi la città organizzata con le vie più povere, dove sorgono le più grosse baraccopoli, più vicine al mare; poi via via che si va dal mare alla collina più alta della capitale, Pétionville, si trova sempre maggiore ricchezza. Fino ad arrivare proprio a Pétionville dove sorgono le sedi di gran parte, se non tutte le ONG che operano ad Haiti. Come si fa a “cooperare” se non si sta in mezzo alla gente, se non si conosce nemmeno la lingua del popolo?

Detto questo, i ragazzi che ho conosciuto ad Haiti, chi servizio civilista e chi invece operatore umanitario vero, di quelli che vivono alla haitiana con gli haitiani, con la loro presenza hanno creato realtà incredibili in contesti davvero difficili ed hanno iniziato un processo lento ma solido di grande sviluppo, il cui timone è in molti casi già passato alle persone locali.

Hai conosciuto una bella storia che può essere il seme di una speranza in un futuro meno tribolato per le persone che vivono in quelle aree?

La più bella storia che ho conosciuto ad Haiti, è la storia di Kay Chal, centro di aggregazione giovanile e annessa scuola per i bambini schiavo della capitale. Sorto in una delle baraccopoli più povere e violente di Port-au-Prince, e diventato punto di riferimento per tantissimi ragazzi.

Kay Chal è un’opportunità per i ragazzi della capitale che non hanno potuto andare a scuola, per chi non ha famiglia, per chi avrebbe passato le sue giornate senza fare nulla, per chi mangia un giorno sì e uno no.

E’ un’opportunità per noi “bianchi”, per farci conoscere per quello che siamo: non siamo i ricchi che vanno a portare soldi, siamo persone con dei progetti mai realizzabili senza l’aiuto e la collaborazione dei locali.

D. per esempio, era un bambino schiavo, non andava a scuola. Passava la sua giornata a servire la sua “famiglia adottiva”, mangiava quando e se capitava. Non aveva contatti con le altre persone, infatti quando l’abbiamo conosciuto aveva un modo tutto suo di mettersi in contatto con noi: ci fregava qualche nostro piccolo oggettino e si faceva rincorrere per farcelo riprendere. Era il suo modo per dirci: voglio conoscerti. Era il primo a darci una mano. Un giorno dopo che ero rimasta sotto un acquazzone tropicale e mi ero infradiciata tutti i vestiti, ho buttato tutto in un angolo per andare a farmi una doccia. Uscita dalla doccia ho trovato tutto strizzato e steso con una cura maggiore di quella che avrei avuto io; ho scoperto che era stato D. solo qualche giorno più tardi. Kay Chal ha iniziato il suo processo di apertura al mondo esterno, gli ha permesso di farsi degli amici, di andare a scuola per recuperare il tempo perso, di mangiare come si deve, di diventare un punto di riferimento per i ragazzi più piccoli e di innamorarsi di una ragazza del nord durante uno dei campi estivi.

Il momento più emozionante? Quello più difficile?

Uno dei momenti più difficili ed allo stesso tempo emozionanti di questa esperienza è stato il viaggio di ritorno da Mare Rouge, un paesino nel nord di Haiti nel quale abbiamo organizzato i campi estivi.

Sapevamo che era un viaggio lungo, saremmo dovuti stare otto ore di notte su un pullman sgangherato in cui faceva un caldo atroce e non c’era nemmeno il posto per mettere le gambe giù dal sedile. Inutile dire che il pullman era davvero strapieno.

Noi italiani viaggiamo insieme ai ragazzi animatori haitiani, stavamo tornando in capitale. Eravamo gli unici bianchi su quel pullman, e i bianchi ad Haiti non sono ben visti, in parte per i retaggi del colonialismo, in parte per la brutta immagine che un certo tipo di cooperazione crea del bianco.

Dal primo momento in cui siamo saliti su quel pullman, fino alla fine del viaggio (durato circa quindici ore tra vicissitudini varie) siamo stati oggetto di frasi poco felici e per la prima volta mi sono sentita rifiutata da persone che non conoscevo, solo perchè la mia pelle era di colore diverso.

Ricordo quanto è stato difficile accettare queste ostilità, e soprattutto quanto è stato emozionante avere dalla nostra parte i ragazzi animatori di Port-au-Prince, ormai nostri amici, che ci difendevano a spada tratta mentre tutto il pullman ci accusava anche solo di portare sfortuna. Ci facevano scudo con il loro corpo quando c’era da scendere, rimanevano svegli per farci dormire sulla loro spalla, stavano in piedi per farci viaggiare più comodi.

Questa è stata una delle più forti emozioni di questo viaggio: nonostante le difficoltà linguistiche e le differenze culturali, abbiamo creato rapporti incredibili che mai dimenticheremo, ed hanno reso gli addii la parte più difficile.

A 20 anni ha inventato il casco che chiama i soccorsi da solo: bravo Emanuel!

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Alessandro Fumagalli

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Sabato 17 febbraio l’opificio Golinelli di Bologna ha ospitato un incontro del TEDxYouth.

Chi segue questo blog forse ricorderà che di TED abbiamo già parlato (se no, qui si può recuperare).

Bene: tra le idee che meritano di essere diffuse (come recita il claim di questo progetto) c’è sicuramente anche quella di Emanuel Chirila, che l’ha realizzata e poi spiegata in un video – artigianale quanto vuoi, visto che deve interrompersi quando i camion gli sfrecciano di fianco, ma intanto c’è.

Blue Helmet è una specie di scatola nera per i motociclisti, dice Emanuel.

In realtà il paragone non calza molto, perché lo strumento non registra i parametri di bordo, le conversazioni e altri segnali come fa la “vera” scatola nera.

Il vero plus è nei sensori contenuti da Blue Helmet, che lo rendono un “casco intelligente”: è infatti in grado di chiamare i soccorsi quando “capisce” – grazie a un sensore, appunto – di essere rimasto coinvolto in un incidente, inviando un allarme geolocalizzato e un messaggio a un numero amico che può essere preimpostato.

Emanuel ha solo 20 anni, e sta cercando degli sponsor per la sua idea che un giorno potrebbe anche essere commercializzata su vasta scala e cambiare il nostro modo di viaggiare su due ruote.

Merita tutto il nostro supporto 😉

Amazon GO? Puff: in Italia il supermercato senza cassa esiste già da 10 anni – e fa un gran bene!

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Alessandro Fumagalli

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Martedì scorso, 13 febbraio, un supermercato italiano ha festeggiato 10 anni di attività.

Non con un sottocosto anniversario come quelli che vedo per Ultimoprezzo.com, no: del resto in quel supermercato neppure si paga.

Non ci sono neanche le casse, o meglio: ci sono ma sono automatizzate. Un po’ come quelle di Amazon GO, il supermercato senza casse che l’ecommerce sta sperimentando a Seattle: là viene scalato un credito quando si supera la barriera d’uscita (che fa una scansione).

Qui no: nel supermercato italiano che ha compiuto 10 anni una manciata di giorni fa si spendono dei punti, che vengono attribuiti in base alla condizione della famiglia. Perché è così che si “paga” nel supermercato gratuito aperto da Caritas a Roma nel 2008.

Sembrava una premonizione: da lì a pochi mesi più tardi la crisi economica avrebbe cominciato ad aggredire con tutta la sua devastante forza, ma le famiglie in situazioni di difficoltà e di indigenza già esistevano e per loro la Caritas aveva aperto l’Emporio della Solidarietà di Roma.

Da allora a oggi sono state 8.910 le famiglie che hanno potuto accedervi e “acquistare” generi di prima necessità per un valore vicino ai 5 milioni di euro.

Le merci arrivano lì grazie alla generosità di finanziamenti pubblici, sponsor privati, volontari, gente comune e anche turisti: le monetine che vengono gettate nella Fontana di Trevi, infatti, una volta raccolte vengono donate all’Emporio della Solidarietà per le sue necessità.

L’esperienza di questo supermercato gratuito ha funzionato: purtroppo, perché significa che la povertà non ha smesso di aggredire; per fortuna, perché almeno chi si è trovato in difficoltà ha potuto contare su questo genere di “paracadute”. Oggi sono 100, da Nord a Sud, gli empori della solidarietà presenti nel nostro Paese.

Sfatiamo un mito: gli stranieri sono solo la metà del totale delle 26 mila persone che hanno fatto ricorso al negozio di Roma; gli altri sono tutti italiani. In entrambi i casi la situazione di difficoltà deve essere certificata per dare diritto al “badge” con cui si “pagano” gli “acquisti”.

L’augurio è che si debba parlare sempre di meno di negozi come questo; la buonanuova, invece, è sapere che per chi ha bisogno di un aiuto, c’è ancora qualcuno disposto a impegnarsi a fare rete e mettersi a disposizione al fianco di chi ha più bisogno.

Champions rinviata, i tifosi di casa ospitano gli avversari: succede a Dortmund, è #bedforawayfans!

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Alessandro Fumagalli

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Martedì 11 aprile 2017, serata di Champions League.

Per i quarti di finale, alle 20.45 sono in programma due partite: Juventus-Barcellona (che finirà 3-0) e Borussia Dortmund-Monaco.

Mentre il pullman della squadra tedesca sta raggiungendo il Signal Iduna Park, stadio teatro della sfida, esplode un ordigno. Un vetro va in frantumi, un passeggero (un calciatore) resta ferito in maniera non grave.

La polizia parla di atto terroristico, e siccome a situazioni del genere stiamo ormai (purtroppo) facendo l’abitudine scattano tutti i dispositivi di sicurezza, compreso il rinvio della partita (a mercoledì ore 18.45, per la cronaca).

I tifosi ospiti, che alle 19.15 dell’attentato avevano già riempito il proprio settore, cantano “Dortmund Dortmund” come segno di vicinanza agli avversari.

Il Borussia, dal canto suo, lancia un hashtag che sarebbe bello passasse alla storia come uno dei più riusciti da che esiste Twitter.

#bedforawayfans

Ossia, offriamo un letto ai tifosi ospiti, visto che devono star qui un giorno in più per seguire i propri beniamini.

Perché è vero che esistono Tripadvisor e AirBnB, e Booking (etc.) e in un attimo si può trovare una sistemazione anche senza spendere una follia. Ma mettere, da tifosi, la propria casa a disposizione di altri tifosi, è ancora più bello!

Queste foto lo dimostrano 😉

Ora: non sappiamo come andrà la partita di oggi, e neppure ci interessa particolarmente. Ma sappiamo che in questa vicenda c’è già un vincitore: lo sport, nella sua forma più nobile.

Che bello se fosse sempre così..

Colazione gratis per chi è in difficoltà: a Livorno apre il primo “bar solidale” d’Italia

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Alessandro Fumagalli

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Ora che le frontiere in Europa non esistono più (al netto dell’antistorico e populista muro del Brennero, eretto dall’Austria per far sì che i migranti non possano tornare in Italia – sebbene sia nato con l’idea opposta), le frontiere si stanno spostando all’interno delle nostre città: è frontiera, infatti, il quartiere disagiato e povero, così come è frontiera la persona in difficoltà che chiede aiuto e si trova davanti a un muro – spesso di indifferenza – difficile da valicare.

Solo chi lavora ogni giorno, spesso nel silenzio, ai limiti di questa frontiera, riesce a capirla e cercare di abbatterla; è quello che ha fatto la SVS (Società Volontaria di Soccorso) di Livorno, che durante l’inverno si è accorta di una cosa piuttosto singolare: diverse persone si avvicinavano alla sede per poter usufruire delle macchinette del caffé, che lì sono state posizionate a disposizione dei volontari. Gente povera, che non avendo la possibilità di andare al bar per un caffè e nessuno che gli fa credito, cercava un’alternativa più a buon mercato per bere qualcosa di caldo e superare così – almeno per un attimo – il gelo nelle ossa.

E’ nata così un’idea: mettere queste macchinette a disposizione, gratis, di chi ha bisogno, creando una sorta di bar. Nino Effe è il suo nome, in memoria di un uomocon disagio che in passato ha frequentato la sede di SVS proprio in cerca di un caffé economico e soprattutto di persone disposte ad ascoltarlo.

bar nino effe

Nel bar Nino Effe c’è un volontario che ogni giorno si prende cura dello spazio, e due volte alla settimana arriva anche un assistente sociale che apre uno sportello d’aiuto a chi ha bisogno di parlare delle sue difficoltà. Come racconta Cristina Galasso – che per prima ha condiviso questa storia su Medium – il bar è aperto dalle 7 alle 20 ed è sostenuto dalle donazioni di Fondazione Livorno e della Famiglia Rivecci, anche se chiunque può dare una mano.

Una piccola bella storia di solidarietà che dà una speranza non solo a chi abita a Livorno, e può diventare esempio da riproporre anche in altre città.

In Spagna posano le strisce pedonali luminose: arriveranno anche da noi?

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Alessandro Fumagalli

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L’attenzione di noi italiani nei confronti dei pedoni quando attraversano sulle strisce, bisogna dirlo, è piuttosto bassa.

Per capirlo basta passeggiare, specialmente la sera: prima di attraversare una strada è meglio farsi il segno della croce, e anche le statistiche lo confermano visto che solo nel 2011 (quindi non un secolo fa) ci sono stati ben 589 pedoni uccisi sulle strisce, e 21mila persone ferite; praticamente un bollettino di guerra!

Le amministrazioni comunali e gli uffici tecnici degli enti locali le hanno studiate un po’ tutte per limitare questo bilancio: c’è chi erige semafori e chi crea spartitraffico con salvagente; chi crea sottopassaggi e chi sopraelevate; chi ha colorato di rosso l’area vicino agli attraversamenti pedonali e chi ha messo dei dossi in prossimità per invitare a rallentare.

Ora dalla Spagna arriva un’idea che potrebbe rivelarsi risolutiva: a Cambrils, vicino Tarragona, sono state posizionate strisce pedonali che si illuminano solo quando i pedoni arrivano in prossimità dell’attraversamento.

strisce pedonali luminose

Se non c’è nessuno, restano spente; quando arriva qualcuno che ha la necessità di attraversare, invece, grazie a un sensore di pressione di accende un interruttore che attiva per qualche secondo una barra a LED posta ai due lati dell’attraversamento pedonale.

Il pedone diventa immediatamente visibile, e anche l’automobilista fa meno fatica a rendersene conto e a lasciarlo passare senza rischi.

Il progetto ha anche una valenza ambientale: le lampade, come abbiamo detto, sono LED quindi a basso consumo energetico; ad alimentarle, tra l’altro, sono dei pannelli fotovoltaici che consentono di risparmiare 3mila euro di elettricità (quella necessaria per illuminare ogni sera il passaggio pedonale, sia che ci passi qualcuno sia che rimanga deserto) ogni anno. Considerato che il costo per ogni sistema del genere è di 10mila euro, potrebbe essere sostenibile anche sotto questo punto di vista.

Chissà che qualcuno anche da noi non ci possa pensare..

Pompieri dal cuore grande, ecco cosa hanno fatto in Australia per aiutare gli animali

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Alessandro Fumagalli

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La buonanuova di oggi piacerà – ne siamo certi – soprattutto alle nostre lettrici, che sono tante e che vorremmo ringraziare una a una.

Sì, perché si parla di vigili del fuoco, di animali e.. di un calendario!

E’ questa, infatti, la via che i pompieri hanno scelto per raccogliere i fondi necessari per aiutare un ente attivo nella protezione degli animali: un calendario, che contiene scatti pronti a far infiammare (permetteteci l’ironia) i cuori delle donne di tutto il mondo con l’esibizione di fisici che fanno invidia.

Pettorali, bicipiti e addominali da paura, in bella mostra per un’iniziativa che esiste dal 1993 e che ogni anno serve per raccogliere i fondi necessari ad aiutare un ente.

Per l’edizione 2016, i vigili del fuoco dell’Australia hanno deciso di farsi ritrarre con cuccioli e cani in attesa di essere adottati.

Certo, per qualche lettrice la buonanuova sarebbe ancor più buona se si potessero adottare, oltre ai cagnolini, anche questi fustacchioni 😛

Ah, a proposito: gli scatti li trovate qui

Meglio l’originale o la parodia? Star su Instagram vs. vita normale, ecco una sfida tutta da ridere

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Alessandro Fumagalli

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Chi bazzica Instagram senza particolare trasporto si sarà forse chiesto, guardando le immagini delle star, in ordine sparso:

  • a cosa servono?
  • come avran fatto a scattarsele?
  • (ma soprattutto) che c***o di posa è questa?

Le stesse domande se le è fatte anche Celeste Barber, una comica australiana che poi, quasi per scherzo, ha cominciato con la sorella a riprodurre le fotine più stravaganti senza avere il physique du role per.

La verità, però, è che anziché coprirsi di ridicolo, come qualcuno potrebbe pensare, Celeste è riuscita a entrare in empatia con quello che stavano pensando tanti altri utenti di Instagram come lei, ossia: ok essere star, e pure belle (donne, generalmente); ma può bastare questo per ammantare di “nobiltà” delle immagini che altrimenti, fatte su altri soggetti, sarebbero considerate solo tra il surreale e il demenziale?

Così la sua parodia è diventata virale, e tutta da ridere! Ecco qualche esempio

Sexy whiplash #celestechallengeaccepted #funny #mirandakerr @whohaha @elizabethbanks

Un video pubblicato da Celeste Barber (@celestebarber) in data:

Individuals. #celestechallengeaccepted #celestebarber #funny #kimkardashian #kourtneykardashian #khloekardashian

Una foto pubblicata da Celeste Barber (@celestebarber) in data:

#tbt There’s only one ‘I’ in selfie, Kris. #celestechallengeaccepted #celestebarber #krisjenner #funny #throwback

Una foto pubblicata da Celeste Barber (@celestebarber) in data:

Not tonight babe, I’m tired. #celestechallengeaccepted #celestebarber #kimkardashian #kimye #kanyewest #GrootWedding

Una foto pubblicata da Celeste Barber (@celestebarber) in data:

Hitting the shops hard. #celestechallengeaccepted #funny #piamia #celestebarber

Una foto pubblicata da Celeste Barber (@celestebarber) in data:

Ma sull’account Instagram di Celeste ce ne sono ormai a tonnellate, di foto così, e ne arrivano sempre di nuove. Morale? Se volete farvi una risata, vi consigliamo di cominciare a seguirla 😉

Vittime di violenza? Il Jobs Act introduce il congedo retribuito, ecco come funziona!

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Alessandro Fumagalli

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Cominciamo facendo outing: non siamo “boldriniani”, dunque crediamo che qualunque forma di violenza – senza distinzioni – sia odiosa, da evitare e contrastare.

Poi è evidente: esistono tante donne vittime di violenza domestica, ma non in quanto donne – introdurre una distinzione come questa sarebbe infatti una forma di “razzismo” al contrario, non certo un tentativo utile a risolvere il problema.

violenza-sulle-donneMa torniamo al punto: sono tante le donne vittime di violenza tra le mura di casa. Un crimine subdolo, perché spesso non viene denunciato: per paura, per la speranza che sia stato solo un caso, per non turbare gli equilibri all’interno della famiglia, oppure perché si pensa di non essere credute.

Ancora troppo spesso le donne vittime di violenza casalinga che si inventano di essere cadute dalle scale o di aver cozzato con un mobiletto per giustificare segni e lividi, anziché cominciare un percorso di liberazione che possa guidarle verso la soluzione del problema.

Ecco, per loro c’è una bella novità (anzi: una #buonanuova) introdotta nel Jobs Act, il recente nuovo codice del lavoro – su cui sospendiamo il giudizio: non è questa la sede per una bagarre politica.

E’ stato proprio il Jobs Act, infatti, a iniziare un percorso che poi è stato completato con una circolare dell’INPS (la numero 65) che fissa i

criteri per l’erogazione dell’indennità che spetta alle dipendenti del settore privato vittime di violenza di genere

Evidentemente è solo un primo passo, ma nella giusta direzione: se è vero, infatti, che restano escluse dal provvedimento le casalinghe (che qualcuno si ostina a chiamare con fantasiosi giri di parole, quasi fosse disonorevole 🙁 ), registriamo comunque un buon inizio, sperando che altri passi possano seguire.

Anche perché la violenza sulle donne costa, all’Italia (secondo dati ISTAT) ben 17 miliardi di euro all’anno, per il suo impatto negativo su tutte le relazioni sociali e lavorative di quelle che ne sono coinvolte.

Ora le donne che subiscono percosse e altre forme di violenza, nel caso in cui siano dipendenti del settore privato e siano state inserite in percorsi di protezione hanno diritto a un congedo retribuito fino a tre mesi.

Se ne è parlato poco, ma è una notizia di portata davvero rilevante 😉

Immigrati reclutati per la cura del patrimonio artistico: ecco una storia che fa bene a tutti!

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Il candidato risolva un problema, anzi due:

1. l’Italia ha un enorme patrimonio artistico da custodire, ma non le risorse sufficienti a poterlo gestire: come rimediare?

2. i migranti che arrivano nel nostro Paese dovrebbero essere seguiti e avviati a un percorso che consenta loro di diventare cittadini, anziché rimanere ai margini con il rischio che questo li esponga a diventare manodopera a basso costo a disposizione della criminalità organizzata. Anche in questo caso, la domanda è la stessa: come rimediare?

>>>ANSA/PAPA A LAMPEDUSA: FARA' APPELLO A PRENDERSI CURA DEI MIGRANTIIn Toscana, ad Asciano, sembra abbiano trovato la quadra: il 9 e 10 aprile, in occasione di “Asciano Città d’arte”, le chiese del capoluogo delle Crete Senesi sono state affidate proprio a dei migranti, diventati per due giorni “angeli custodi” dei monumenti aperti al pubblico.

In questo modo è stato possibile aprire al pubblico i capolavori artistici della Basilica di Sant’Agata, della chiesa di San Francesco, di quella di Sant’Agostino e della cappella di San Sebastiano, tutti ad Asciano: 7 giovani richiedenti asilo si sono infatti presi l’impegno di gestire gli ingressi e controllare che tutto, all’interno dei monumenti, si potesse svolgere nel migliore dei modi, in cambio di un rimborso (simbolico se vogliamo, ma pur sempre significativo) per il lavoro svolto.

Chiaramente non si tratta della panacea di ogni male, ma solo di un episodio isolato e una tantum. Chissà che altre istituzioni, però, non possano prendere esempio da questa bella esperienza per pensare a un’accoglienza fatta non solo di doveri (curare gli ospiti, dar loro da mangiare, controllare che non scappino..) ma di un vero e proprio percorso di inclusione con l’avviamento al lavoro mediante corsi di preparazione: in Germania, ad esempio, già fanno così, mentre l’assistenzialismo pietistico all’italiana rischia di creare problemi più grandi della pezza che si cerca di mettergli 🙁