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la #buonanuova che non è finita sui giornali; raccontaci la tua!

Ha 90 secondi per salvare un bambino: ecco cosa fa Lorenzo, un diciottenne di Milano

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno :-) ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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I fatti

Milano, 13 febbraio. Sono le 15 di un pomeriggio come tanti altri alla stazione Repubblica, linea 3 della metropolitana.

La “gialla” riesce a non essere affollatissima neppure all’ora di punta; figuriamoci nel primo pomeriggio..

Infatti non lo è neppure in questo martedì, e lo si vede dalle immagini sopra: c’è quasi nessuno, praticamente solo una signora con un bambino di 3 anni.

Il piccolo, probabilmente incuriosito dal grande buio che arriva dalla buca dei binari, corre incontro ad esso; e ci cade dentro.

Lorenzo Pianazza, 18 anni, è appena uscito da scuola: sta andando a prendere la metro per tornare a casa.

Guarda quanto manca al prossimo treno: 90 secondi. Poi vede concitazione intorno a metà stazione: c’è un bambino che è caduto lì dentro.

Senza pensarci, si sfila lo zaino e salta giù: prende il bambino e lo mette in “safe zone”, poi pensa che ha anche il tempo di recuperare il suo giocattolino caduto sui binari.

Infine si issa, aiutato da un altro passante, e torna ad aspettare la sua metropolitana. Dopo aver salvato la vita di un bambino di 3 anni.

I commenti

Sono surreali.

Repubblica fa precedere il video da un alert, “le immagini potrebbero urtare la vostra sensibilità”.

Ah sì? Sarà che la mia non resta turbata da un atto di eroismo, quanto piuttosto da sparatorie etc.

Il Corriere della Sera li affida a un corsivo in cui si dice che è strano che a fare questo sia stato proprio un 18enne, uno di quei ragazzi “sdraiati” che ogni giorno balzano agli onori delle cronache per delle malefatte. Mentre certi autoproclamatisi maestri gli stanno rubando un pezzettino alla volta il futuro.

Il mio, ammesso che serva, penso si evinca da ciò che ho appena scritto, ma lo espongo per esteso.

Lorenzo Pianazza è un eroe: io, forse perché ho qualche anno di esperienza in più, avrei cercato di aiutare il piccolo provando a fermare la metro, non certo buttandomi su binari che – per ignoranza – immagino possano essere elettrificati.

Non solo: Lorenzo Pianazza è un esempio di quello che tanti 18enni come lui fanno ogni giorno, nel silenzio.

Lavorando come baby sitter per togliersi qualche sfizio, facendo volontariato in quegli oratori a cui poi affidiamo i nostri figli (pronti a criticare se non ci piace il gioco proposto, e mai a ringraziare per averlo pensato), lasciandosi coinvolgere in iniziative come missioni nei Paesi poveri, etc.

Ecco, forse la cosa più giusta da fare è solo dire “Grazie Lorenzo”.

Per fortuna c’è qualcuno che ci ha pensato..

Una bambina è costretta alla chemio, quello che fanno per lei i suoi compagni di classe è commovente

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Alessandro Fumagalli

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Marlee Pack ha solo 9 anni, un’età in cui – se possibile – avere un tumore è anche peggio che in altri momenti della vita: devi smettere di giocare e divertirti insieme ai tuoi amichetti, vedi nel volto dei tuoi genitori la loro preoccupazione per te e quasi ti senti in colpa perché capisci di non poter fare granché per aiutarli. Dev’essere un’esperienza davvero terribile, e naturalmente tutti si augurano che non debba mai più capitare a nessuno di vivere un’ingiustizia così grande – anche se tutti sappiamo che, purtroppo, per tanti bambini non è così 🙁

Ma torniamo a Marlee, che solo un anno fa ha scoperto di essere affetta da un rabdomiosarcoma alveolare, una forma di tumore che attacca i tessuti connettivi (per chi vuole saperne di più, ecco il link alla voce su Wikipedia); per contrastarlo, Marlee ha dovuto sottoporsi a diversi cicli di chemioterapia, che naturalmente hanno comportato la conseguenza visibile della perdita dei capelli.

Al ritorno a scuola, Marlee sarebbe stata l’unica bambina rasata; diversa, e magari fatta bersaglio di quelle prese in giro che i bambini non fanno neanche con cattiveria, ma che le vittime possono vivere con dolore. Per Marlee, per fortuna, non è stato così: anzi..

Un bambino si lascia rasare per essere simile all'amica che ha fatto la chemioterapiaLa sua amica Cameron ha deciso di rasarsi per essere uguale a lei e non farla sentire sola, ma non è stata l’unica: tanti altri bambini della scuola delle ragazzine, l’elementare di Broomfield, hanno deciso di farsi rasare a zero proprio come loro! Ne è nato un evento, organizzato in collaborazione con la San Baldrick’s Foundation (un’organizzazione che sostiene la ricerca sul tumore nei bambini), durante il quale si sono rasati a vicenda 80 bambini, tre insegnanti, il preside e una mamma!

Al termine di questa giornata, che si è trasformata in una grande festa, sono stati anche raccolti 25mila dollari, che finanzieranno le attività della Fondazione; ma più importante ancora di questo è che Marlee ha trovato degli amici così generosi da voler essere al suo fianco in questa battaglia contro un nemico ingiusto: speriamo che la forza di tutti la aiuti a superare al meglio questa situazione 😉

A 85 anni gira Roma per dar da mangiare agli affamati: è la storia di Dino

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno :-) ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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C’è chi dice, senza vergogna, che i vecchi sono inutili. Un costo, un peso.

Dino Impagliazzo, creatore dell'associazione di volontariato Romamor che segue e aiuta i senzatettoAndate a spiegarlo a Dino Impagliazzo, 86 anni il prossimo 2 maggio, un passato da dipendente INPS e un presente da pensionato (quindi ancora dipendente INPS 🙂 ) ancora bello vivo, vitale e attivo, come dimostra l’idea che ha messo in piedi e con la quale ha coinvolto anche tanti amici, vicini di casa, quartieri e parrocchie.

Un’idea semplice: dar da mangiare agli affamati. Una volta, passando dalla stazione Tuscolana di Roma, Dino ha incontrato una persona – un senzatetto – che aveva fame; e ha pensato: gli porto un panino. Il gesto si è ripetuto nei giorni, poi si è esteso ad altre persone bisognose, poi ha coinvolto amici ed enti (come diverse parrocchie) che si sono lasciati guidare dall’esempio di Dino e ora offrono, proprio come lui, un aiuto piccolo ma concreto a chi fatica a trovare da mangiare ogni giorno.

Dino ha fondato un’associazione di volontari, Romamor. Ogni mattina, ancora oggi dopo diversi anni, si sveglia alle 6 e fa il giro dei panifici per raccogliere delle focacce da distribuire in strada; passa poi per i mercati rionali e ritira la frutta e la verdura meno belle o ammaccate ma ancora commestibili per portarli a chi ne ha bisogno.

La sua “creatura” oggi non si limita a un’assistenza estemporanea “uno a uno” per strada, ma è diventata una struttura con una cucina e più di 200 volontari che, a turno, preparano circa 800 pasti a settimana, da distribuire ai senzatetto di Roma.

Non solo: chi è stato aiutato negli anni, in qualche caso poi è entrato in cucina e ha imparato il mestiere di far da mangiare per tanti, al punto da essere assunto in trattorie e ristoranti e così essere riuscito ad affrancarsi dal bisogno, tornando a essere una parte riconosciuta e apprezzata – anziché esclusa e dimenticata – della società.

Romamor oggi non si limita a servire pasti, ma distribuisce anche vestiario e si occupa di aiutare le persone – soprattutto gli stranieri – a fronteggiare la burocrazia necessaria per l’assistenza medica, la ricerca di un lavoro, etc. Incredibile, vero, cosa è riuscito a fare Dino e cosa continua a realizzare oggi, con la forza dei suoi 85 anni!

Marathon des Sables 2016: l’italiano BeardRunner corre nel deserto per raccogliere fondi, e possiamo aiutarlo anche noi!

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Alessandro Fumagalli

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Scatta venerdì 8 aprile la Marathon des Sables 2016, e se tutte le maratone – con i loro 42km – sono massacranti, questa lo è ancora di più; non solo perché è lunga 257 km, ma soprattutto perché si corre.. Nel deserto, di giorno, sotto il sole e le sue temperature torride!

beardrunnerSono 33 gli italiani in gara quest’anno, e tra loro c’è Simone, meglio noto come BeardRunner per la sua barba. Simone è un ragazzo come tanti: di lavoro fa l’osteopata, è appassionato di fotografia e da qualche mese (18, per la precisione) ha cominciato a correre, lasciandosi coinvolgere da questo passatempo al punto da diventare un “maratoneta delle sabbie”.

Un maratoneta dal cuore grande: il suo obiettivo, infatti, è raccogliere (almeno) 10€ per ogni chilometro che percorrerà nel deserto, dunque 2570€ che saranno poi destinati all’associazione sportiva Sporthappenings, che – in collaborazione con l’Accademia Italiana Wheelchair Tennis – avvierà i giovani portatori di handicap alla pratica del tennis.

Al fianco di Simone BeardRunner in questa impresa ci sarà anche 1caffè, la ONLUS fondata da Luca Argentero che cercherà di raccogliere questi fondi tra l’11 e il 18 aprile prossimi sul sito 1caffè.org

Ecco perché Simone merita tutto il nostro tifo, e l’aiuto di quelli che vorranno contribuire a realizzare quel suo sogno che passa anche attraverso qualcosa di così vicino al limite umano come la Maratona delle Sabbie. Per seguirlo c’è anche una pagina Facebook, www.facebook.com/beardrunner, e ci auguriamo (e gli auguriamo) che la sua avventura ottenga entrambi i risultati che si è proposto 😉

C’è una bambina non udente, tutta la classe impara la lingua dei segni per lei: succede a Ladispoli, Italia

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Alessandro Fumagalli

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Il mercoledì su buonanuova.it è il giorno delle storie, e oggi ci piacerebbe raccontarvi una bella storia che viene da una “buona scuola“, come la chiamerebbe il Presidente del Consiglio.

La scuola è la primaria di Ladispoli, dove c’è una bambina di sei anni che – purtroppo – è non udente. Perché questo handicap non diventi fonte di esclusione, le maestre hanno pensato di coinvolgere tutta la classe in un progetto: imparare la lingua italiana dei segni (LIS) in modo che ogni compagno sia in grado di comunicare con lei.

leggere-ai-bambiniUn bell’esempio di inclusione, che – peraltro – si porta appresso tanti altri vantaggi: secondo diversi studi, infatti, la LIS non serve solo ai non udenti per riuscire a comunicare, ma aiuta tutti i bambini a imparare l’italiano scritto e quello parlato, cosa che in prima elementare è di fondamentale importanza.

Ancora, le maestre hanno fatto un passo in più: hanno chiesto ai genitori dei bambini della Don Nicolino Merlo (così si chiama l’elementare di Ladispoli) di imparare la lingua dei segni nel modo più semplice, ossia studiandola insieme ai figli a casa. Con questa richiesta, le insegnanti hanno convinto le famiglie ad accompagnare i loro figli nel percorso di apprendimento, un passaggio fondamentale perché i piccoli possano amare la scuola e vivere un rapporto positivo con essa.

Ma non finisce qui: la LIS è stata anche l’occasione per introdurre il progetto “Philosophy for Children” nella scuola. Grazie al linguaggio dei non udenti, infatti, pare sia più semplice sviluppare nei bambini il pensiero critico e “filosofico”, insegnandogli ad affrontare i grandi temi etici e a discuterli utilizzando l’espressione del corpo.

Da quello che poteva essere un problema, le maestre di Ladispoli hanno costruito a tutti gli effetti una risorsa, capace di tornare utile a loro, ai bambini che seguono e alle loro famiglie.

Una piccola storia che ci sta proprio bene, come buonanuova di oggi; non trovate? 😉

Un pinguino nuota 5mila miglia per ringraziare l’uomo che l’ha salvato

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Alessandro Fumagalli

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In questo mondo segnato dall’odio dell’uomo contro l’uomo, come dimostrano ancora una volta gli attentati di Bruxelles, c’è sempre più bisogno di storie belle per andare avanti e guardare al domani con un atteggiamento positivo. Ecco perché oggi vorrei raccontarvi la storia, vera, di Joao e del pinguino Dindim!

Correva l’anno 2011, e Joao (Pereira de Souza), un ex-muratore – oggi pensionato – di 71 anni, passeggiava sulla spiaggia della piccola isola davanti a Rio de Janeiro dove vive; lì ha trovato un pinguino, completamente intriso di petrolio e boccheggiante, spiaggiato sugli scogli della baia. Joao non ci ha pensato un attimo: ha raccolto il pinguino, lo ha nutrito con bocconcini di pesce giorno dopo giorno e lo ha tenuto con sé fino a quando Dindim non ha recuperato le energie.

Dopo una settimana Joao era pronto per restituire Dindim al mare, ma lui si è rifiutato di partire ed è restato accanto all’amico umano per altri 11 mesi; dopodiché ha fatto la muta della pelliccia, e quando gli sono spuntate le nuove piume è sparito.

Mica del tutto..

Solo qualche mese più tardi, Dindim è tornato da Joao e così fa ogni anno da allora: 8 mesi con l’uomo, gli altri 4 lontano insieme ai suoi simili. Così da 5 anni, con una migrazione periodica lunga più di 5mila miglia ogni volta dal Brasile (sua patria adottiva) alle colonie di pinguini che popolano le propaggini più estreme e fredde di Argentina e Cile.

Joao è incredulo, ma contentissimo

Gli voglio bene come se fosse quel figlio che non ho mai avuto, e credo anche lui me ne voglia: non si lascia avvicinare da nessuno se non da me, e accetta che lo lavi e che lo nutra senza mai sottrarsi

Anche i biologi che sono stati interpellati su questa storia non sanno darsi una spiegazione: forse Dindim vede Joao come un pinguino molto grande e per questo lo ha eletto a suo punto di riferimento?

La vera risposta, più probabilmente, sta nell’affetto reciproco tra i due, e nella riconoscenza che Dindim deve a chi gli ha salvato la vita. Storie come questa scaldano davvero il cuore, non trovate? 😉

Wikipedia sessista, donne nel mirino: la scelta di Emily, 22 anni, vuole cambiare la storia

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Alessandro Fumagalli

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L’ho scoperto su internet!

Quante volte ci siamo imbattuti in frasi così, di persone che hanno usato la rete per avvalorare un punto di vista? Un mare, e al netto delle teorie del complotto (11 settembre, vaccini, scie chimiche.. volete che continuiamo?) in tanti casi è proprio vero, il web è una gigantesca enciclopedia del sapere umano.

In particolare, poi, ci sono siti come Wikipedia che sono diventati, in breve tempo (in fondo, esiste solo da 15 anni..) IL punto di riferimento ogni volta che cerchiamo informazioni su qualcuno o qualcosa. Se infatti su internet si trova davvero di tutto, e non tutto è credibile, la community di Wikipedia viene considerata un buon filtro per scoprire le informazioni più verosimili senza doversi affidare al blog di turno, e al suo autore (sarà attendibile? Non sempre si riesce a capire al volo..)

Ok, Wikipedia è un approdo (più o meno) “sicuro”, ma non è certo il Vangelo: uno studio del MIT di Boston ha dimostrato infatti che c’è un forte squilibrio tra le pagine dedicate agli uomini e quelle dedicate alle donne, e che – in genere – c’è una visione maschile delle cose, dei fatti e delle persone. Provate a farci caso..

Quello che ancora non sapevamo (almeno, io personalmente no) è che anche la community degli editor di Wikipedia è fortemente squilibrata: il 90% di quelli registrati sono uomini, ma questo non significa che le donne valgano meno. Anzi..

Emily-Temple-WoodEmily Temple-Wood fa questo “lavoro” da 10 anni: ha cominciato quando ne aveva solo 12! Ora ne ha 22, ma in questi anni ne ha viste di cose che non le sono piaciute e una delle peggiori è rappresentata dai commenti sessisti degli altri utenti, che la provocano solo in quanto donna.

Emily, allora, che ha fatto? Ha deciso che per ogni insulto sessista che riceve, si impegnerà a redigere la pagina di uno scienziato donna in modo da colmare il grande gap attualmente esistente. Un po’ come quella musulmana australiana che ha deciso di donare 1 dollaro in beneficenza per ogni offesa subita, il modo per trasformare anche il male più becero in bene. Se non è una buonanuova questa..

A proposito: la storia di Emily l’ha raccontata bene 27esima ora del Corriere: ecco dove potete trovarla 😉

Il “caso” #petaloso diventa marchio registrato e ONLUS: ecco chi aiuterà!

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Alessandro Fumagalli

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Vi ricordate la storia di petaloso, la nuova parola inventata dal piccolo Matteo che è diventata un caso social (e non solo)? Ne abbiamo parlato anche noi 😉

Come succede a molte altre novità, anche questa non è stata accolta solo con entusiasmo: qualcuno ci ha scherzato sopra, e vabbé; altri hanno provato a innescare una polemica, e – diciamocelo – è stato un vero peccato.

matteo-petalosoLa storia, intanto, continua, con un’evoluzione che non si è guadagnata lo stesso clamore della parola quando è stata inventata ma che è il vero senso di questa bella vicenda: Marco Trovò, padre del piccolo Matteo, ha deciso di depositare e registrare “petaloso” come marchio presso la Camera di commercio di Ferrara.

Per farci soldi, direte voi. Invece no: Marco ha dichiarato che il suo obiettivo è tutelare la parola da tutti quelli che la vorrebbero usare, in modo da cederla in licenza a chi dovesse farne richiesta di commercializzazione solo dopo aver valutato l’idoneità, la “purezza” e la bellezza delle sue intenzioni.

I proventi di questa attività, poi, andrebbero a finanziare una ONLUS. Una ONLUS, naturalmente, attenta ai bambini: sarà questo infatti il vincolo principale che Marco chiederà alle aziende che la vorranno sfruttare, ossia di destinare dei soldi (quelli spesi per l’utilizzo della parola) a opere di beneficenza legate ai bambini nel territorio di Copparo, del ferrarese e della zona.

Ad esempio campi da calcio e teatri, perché questi sarebbero i desideri di Matteo, oppure lavagne interattive multimediali (LIM) per la scuola elementare del ragazzo.

Ecco perché Marco Trovò ha depositato come marchio la parola petaloso: per insegnare a suo figlio che dalla notorietà ottenuta si può tirare fuori qualcosa di tangibile e buono per tutti.

Dite la verità, anche voi che avete storto la bocca quando avete scoperto la storia di petaloso: una piega buona come questa non ve la sareste aspettata, e ora che c’è non vi sembra una #buonanuova?

4 persone hanno usato internet per imparare, con risultati eccezionali: è la Webucation, ecco come funziona!

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Alessandro Fumagalli

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Avete sempre sognato di imparare a fare qualcosa ma non siete ancora riusciti a realizzare questo desiderio: non c’era tempo, la scuola (di ballo, canto, arti marziali..) era troppo distante da casa vostra, studiare costava troppo..

Beh, oggi al vostro arco avete una freccia in più: è internet, che porta le informazioni a migliaia di chilometri di distanza in un istante e spesso costa molto meno di quanto costerebbe fare un corso, o seguire un master. E’ la Webucation, un concetto che nasce dalla fusione di web ed education. Non ci credete? Ecco quattro persone che ce l’hanno fatta, con risultati davvero eccezionali 😉

Adilyn Malcolm e il dubstep

Fino a due anni fa, Adilyn non sapeva neanche cosa fosse il dubstep (e nemmeno io, fino a due minuti prima di leggere la sua storia); poi però un giorno si è messa a fare una ricerca online su Michael Jackson per la scuola, ed è stato lì che ha scoperto questo particolare tipo di danza.

Adilyn ha solo 12 anni, ma sa usare benissimo internet e per lei è stato un gioco da ragazzi raccogliere video, guardarli, fermare riavvolgere e far ripartire..

Sono andata su Youtube e ho cercato “come fare dubstep” e simili, e ho guardato i video un sacco di volte. Forse un milione, ma alla fine ho imparato

Sì, pare proprio di sì 😉

Usman Riaz e la chitarra

O meglio, suonare la chitarra con la tecnica percussiva. Sì, perché Usman la chitarra classica sapeva già suonarla, ma voleva imparare questo particolare modo di usarla. Peccato che vicino a Karachi, in Pakistan, dove lui abita, non ci fosse nessun insegnante in grado di aiutarlo. Emigrare o.. Cercare su Youtube?

Non potevo fare altrimenti, e usare internet è stata una necessità

Ma anche un’ottima scuola: grazie a internet Usman ha costruito il suo talento, lo ha fatto conoscere nel mondo e ha incantato anche il team dei TED (ricordate cosa sono? Ne avevamo già parlato..), che gli ha proposto di tenere una lezione. Del resto, bravo è bravo no?

Amira Willighagen e l’opera

Amira voleva imparare a cantare l’opera sin da quando aveva 7 anni; non sapeva ancora usare il computer, ma avendo un fratello maggiore ha chiesto a lui di aiutarla a vedere dei video “tutorial” su Youtube, passando da un’aria all’altra. A forza di guardare ha imparato quale postura tenere e come muovere la bocca, e a soli 9 anni (e senza una lezione “vera” alle spalle) è andata a Holland’s Got Talent a stupire tutti!

Ora ha 11 anni e un nuovo sogno: dimostrare che l’opera è affascinante, entusiasmante e divertente, e diffondere questo verbo presso i suoi amici. Sembra impossibile, ma anche imparare a cantare su Youtube pareva esserlo..

Josh Wardlow e il Jiu-Jitsu

Josh e il suo amico Larry hanno sempre voluto imparare l’arte marziale del Jiu-Jitsu, ma la palestra più vicina alla loro piccola città del Missouri era solo a 4 ore di macchina da casa loro; come scavalcare questo ostacolo?

Con internet, ovviamente: c’è una scuola di Jiu-Jitsu online (su gracieuniversity.com), e loro hanno cominciato a seguirla e ad allenarsi insieme. Se ce l’hanno fatta loro ce la possiamo fare anche noi..

..a patto che abbiate molta dedizione e disciplina, e un amico con il vostro stesso desiderio insieme al quale allenarvi e confrontarvi

Ecco la loro storia

Come dire: se abbiamo il desiderio di migliorarci in qualche ambito, ora non abbiamo davvero più scuse 😉

Un attaccapanni per donare vestiti ai senzatetto: a Roma nasce il muro della gentilezza, ecco come funziona

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Alessandro Fumagalli

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Il lunedì su buonanuova.it è il giorno della condivisione, e oggi – uscendo leggermente dal seminato – vogliamo condividere con voi la scoperta di un progetto di generosità in arrivo a Roma, ma che magari già funziona in altre città – o che in altre città potrebbe essere “copiato”: nessuno rivendicherà i “diritti d’autore”..

muro-della-gentilezzaE’ il “Muro della gentilezza“, un’iniziativa che abbiamo scoperto su Medium e che a Roma prenderà il via il 19 marzo 2016. Ma di cosa si tratta? In sostanza, viene messo a disposizione un muro esterno (una recinzione, un edificio pubblico, ma anche case e palazzi lo possono fare) e lo si attrezza perché diventi un colorato attaccapanni.

Il muro ne guadagna in colpo d’occhio, ma non è questo il punto. Semmai lo è che su questa serie di attaccapanni, le persone che hanno vestiti in eccesso possono “liberarsene” lasciandoli lì, appesi al muro; i senza tetto o chi ne ha bisogno, quando passano lì davanti, possono prendere un vestito e usarlo per le loro necessità, dandogli una nuova vita.

Facile no?

L’idea è pronta a sbarcare a Roma, dove ci sono circa 5mila senzatetto che occupano le zone più affollate della città nella speranza di ricevere un aiuto da chi passa di lì; si parte dal XV municipio (zona Prima Porta, Saxa Rubra), ma visto quanto è semplice creare un muro della gentilezza c’è da credere che anche in altre zone possano nascere esperienze simili. Il racconto di come questa è pronta a partire lo fa Giovanna Iorio su Medium.

Conoscere l’esistenza di iniziative simili anche nella vostra città?

Raccontatecelo! E’ importante soprattutto per chi abita vicino a voi, vorrebbe contribuire, ma magari per qualche motivo ancora non lo sa e non sa come poter aiutare. Di certo ci sembra che questa idea sia davvero buona: proprio come una #buonanuova 😉