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Giulia: “Con il volontariato ad Haiti ho imparato a non avere paura. E sulle ONG dico che..”

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno :-) ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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Oggi ti presento Giulia.

O meglio, lascio che sia lei a presentarsi attraverso il racconto della sua esperienza di volontariato ad Haiti.

Conosco Giulia da un (bel) po’: veniva in oratorio quando facevo l’animatore, e l’ultima volta è stato 15 anni fa..

Poi è diventata una fisioterapista (o meglio, la specializzazione precisa non la so quindi ora pubblico, lei mi cazzierà e io passerò a correggere: preparati).

In tutto questo ha trovato anche il tempo per fare “enne” altre cose che io ho sempre desiderato ma non ho mai trovato la forza di fare: il Cammino di Santiago, la volontaria nei PVS..

Proprio dal racconto della sua ultima esperienza (e sono convinto che ultima è solo in ordine di tempo) è nata questa intervista.

Ti consiglio di non perderla, merita (ma arriva a leggerla fino alla fine e dimmi se non ho ragione 😉 )

Ciao Giulia, raccontaci un attimo di te: qual è stato il percorso che ti ha portata a diventare volontaria in un progetto di cooperazione internazionale a Haiti?

E’ stato un percorso iniziato quattro anni fa, quando per la prima volta ho deciso di partire.

Avevo tanta curiosità, volevo conoscere come si vive nei paesi lontani dal nostro “mondo occidentale”. Volevo conoscere persone nuove e le loro storie, così sono partita a cuor leggero per il centro America, destinazione Nicaragua.

Quell’esperienza è stata un punto di svolta nella mia vita: ho iniziato a pensare il mondo come un’unica unità, senza confini né frontiere. Quella è stata un’esperienza che non ha fatto altro che incrementare in maniera esponenziale la mia voglia di conoscere la gente del mondo, e così ha creato i presupposti per questa nuova esperienza haitiana.

Ci puoi raccontare come si svolgeva la tua giornata / cosa facevi, qual era l’obiettivo del tuo lavoro?

Il mio mese di permanenza haitiana è stato suddiviso in tre periodi; il primo e l’ultimo sono stati dedicati ad attività di animazione nei villaggi rurali del nord, il periodo centrale, più breve, di conoscenza del territorio.

Nei villaggi abbiamo svolto attività di animazione per bambini ed adolescenti locali come fosse una sorta di centro estivo, in alcuni casi residenziale; alcuni bambini infatti provenivano da zone lontane anche otto ore di cammino, per cui alcune aule sono state attrezzate a dormitorio.

L’aspetto più stimolante è stato che noi sei italiani abbiamo organizzato e gestito i due campi estivi insieme ai ragazzi haitiani della capitale, nostri coetanei che già frequentano durante tutto l’anno Kay Chal, centro di aggregazione giovanile e scuola per bambini schiavo situato all’interno di Cité Okay, una della più grandi baraccopoli di Port-au-Prince.

Il poter collaborare con i ragazzi haitiani, per i bambini haitiani stessi ma di altre zone, è stata la parte più arricchente per tutti: ognuno ha messo del suo ed ha imparato ancora di più.

Perché hai deciso di andare là, rinunciando (per un certo periodo) a quello che potevi avere qui?

Non ho mai vissuto questa esperienza come una “rinuncia”, ma piuttosto come una grande opportunità. Lasciare a casa certe comodità ti permette di dare il valore corretto alle cose, e soprattutto avere meno distrazioni materiali ti consente di rivalutare quanto sia immensamente più interessante incontrare e vivere le persone.

L’adattamento a situazioni nuove prima o poi arriva: magari inizialmente si fa fatica a non avere l’acqua corrente disponibile a qualunque orario del giorno, per esempio, ma poi ti organizzi.

Spesso all’inizio ho pensato che se i ragazzi haitiani vivono così tutto l’anno, forse io potevo resistere per un mese. L’ormai ex presidente dell’Uruguay, Pepe Mujica, diceva che i poveri non sono quelli che hanno poco, ma quelli che hanno bisogno di tanto.

Cosa pensi che potremmo fare noi, nel nostro piccolo, per cambiare le cose?

Innanzitutto dobbiamo iniziare a cambiare il nostro atteggiamento verso il mondo, passare da una visione locale ad una globale: tener conto delle diversità, ma solo come valore aggiunto, avere la curiosità di conoscere le persone senza dar credito ai discorsi di certi politicanti che cercano di inculcare il seme della paura.

Il diverso è bello, ha qualcosa che io non ho: dobbiamo informarci su cosa succede al di fuori delle mura di casa nostra; dobbiamo studiare per non farci prendere in giro da nessuno, conoscere il significato delle parole.

Immigrato, profugo e clandestino non sono la stessa cosa: abbiamo la fortuna di vivere in un’epoca in cui muoversi è piuttosto facile, viaggiare ed abbattere le frontiere è forse la cosa migliore che possiamo fare.

Cosa pensi degli scandali (sessuali, donazioni rubate, etc.) che di tanto in tanto saltano fuori nel mondo delle ONG?

Haiti forse è il più grande emblema vivente di come un certo tipo di cooperazione internazionale sia fallimentare.

Al di là dei casi di soprusi di cui abbiamo sentito parlare, che fanno veramente male e vanno condannati con fermezza, quando arrivi in un paese con la pretesa di aiutarlo, devi entrare in punta di piedi ed essere cosciente che lo stile con il quale porgi il tuo aiuto è quasi più importante che l’aiuto materiale stesso.

Quando arrivi a Port-au-Prince per esempio vedi la città organizzata con le vie più povere, dove sorgono le più grosse baraccopoli, più vicine al mare; poi via via che si va dal mare alla collina più alta della capitale, Pétionville, si trova sempre maggiore ricchezza. Fino ad arrivare proprio a Pétionville dove sorgono le sedi di gran parte, se non tutte le ONG che operano ad Haiti. Come si fa a “cooperare” se non si sta in mezzo alla gente, se non si conosce nemmeno la lingua del popolo?

Detto questo, i ragazzi che ho conosciuto ad Haiti, chi servizio civilista e chi invece operatore umanitario vero, di quelli che vivono alla haitiana con gli haitiani, con la loro presenza hanno creato realtà incredibili in contesti davvero difficili ed hanno iniziato un processo lento ma solido di grande sviluppo, il cui timone è in molti casi già passato alle persone locali.

Hai conosciuto una bella storia che può essere il seme di una speranza in un futuro meno tribolato per le persone che vivono in quelle aree?

La più bella storia che ho conosciuto ad Haiti, è la storia di Kay Chal, centro di aggregazione giovanile e annessa scuola per i bambini schiavo della capitale. Sorto in una delle baraccopoli più povere e violente di Port-au-Prince, e diventato punto di riferimento per tantissimi ragazzi.

Kay Chal è un’opportunità per i ragazzi della capitale che non hanno potuto andare a scuola, per chi non ha famiglia, per chi avrebbe passato le sue giornate senza fare nulla, per chi mangia un giorno sì e uno no.

E’ un’opportunità per noi “bianchi”, per farci conoscere per quello che siamo: non siamo i ricchi che vanno a portare soldi, siamo persone con dei progetti mai realizzabili senza l’aiuto e la collaborazione dei locali.

D. per esempio, era un bambino schiavo, non andava a scuola. Passava la sua giornata a servire la sua “famiglia adottiva”, mangiava quando e se capitava. Non aveva contatti con le altre persone, infatti quando l’abbiamo conosciuto aveva un modo tutto suo di mettersi in contatto con noi: ci fregava qualche nostro piccolo oggettino e si faceva rincorrere per farcelo riprendere. Era il suo modo per dirci: voglio conoscerti. Era il primo a darci una mano. Un giorno dopo che ero rimasta sotto un acquazzone tropicale e mi ero infradiciata tutti i vestiti, ho buttato tutto in un angolo per andare a farmi una doccia. Uscita dalla doccia ho trovato tutto strizzato e steso con una cura maggiore di quella che avrei avuto io; ho scoperto che era stato D. solo qualche giorno più tardi. Kay Chal ha iniziato il suo processo di apertura al mondo esterno, gli ha permesso di farsi degli amici, di andare a scuola per recuperare il tempo perso, di mangiare come si deve, di diventare un punto di riferimento per i ragazzi più piccoli e di innamorarsi di una ragazza del nord durante uno dei campi estivi.

Il momento più emozionante? Quello più difficile?

Uno dei momenti più difficili ed allo stesso tempo emozionanti di questa esperienza è stato il viaggio di ritorno da Mare Rouge, un paesino nel nord di Haiti nel quale abbiamo organizzato i campi estivi.

Sapevamo che era un viaggio lungo, saremmo dovuti stare otto ore di notte su un pullman sgangherato in cui faceva un caldo atroce e non c’era nemmeno il posto per mettere le gambe giù dal sedile. Inutile dire che il pullman era davvero strapieno.

Noi italiani viaggiamo insieme ai ragazzi animatori haitiani, stavamo tornando in capitale. Eravamo gli unici bianchi su quel pullman, e i bianchi ad Haiti non sono ben visti, in parte per i retaggi del colonialismo, in parte per la brutta immagine che un certo tipo di cooperazione crea del bianco.

Dal primo momento in cui siamo saliti su quel pullman, fino alla fine del viaggio (durato circa quindici ore tra vicissitudini varie) siamo stati oggetto di frasi poco felici e per la prima volta mi sono sentita rifiutata da persone che non conoscevo, solo perchè la mia pelle era di colore diverso.

Ricordo quanto è stato difficile accettare queste ostilità, e soprattutto quanto è stato emozionante avere dalla nostra parte i ragazzi animatori di Port-au-Prince, ormai nostri amici, che ci difendevano a spada tratta mentre tutto il pullman ci accusava anche solo di portare sfortuna. Ci facevano scudo con il loro corpo quando c’era da scendere, rimanevano svegli per farci dormire sulla loro spalla, stavano in piedi per farci viaggiare più comodi.

Questa è stata una delle più forti emozioni di questo viaggio: nonostante le difficoltà linguistiche e le differenze culturali, abbiamo creato rapporti incredibili che mai dimenticheremo, ed hanno reso gli addii la parte più difficile.

Amazon GO? Puff: in Italia il supermercato senza cassa esiste già da 10 anni – e fa un gran bene!

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Alessandro Fumagalli

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Martedì scorso, 13 febbraio, un supermercato italiano ha festeggiato 10 anni di attività.

Non con un sottocosto anniversario come quelli che vedo per Ultimoprezzo.com, no: del resto in quel supermercato neppure si paga.

Non ci sono neanche le casse, o meglio: ci sono ma sono automatizzate. Un po’ come quelle di Amazon GO, il supermercato senza casse che l’ecommerce sta sperimentando a Seattle: là viene scalato un credito quando si supera la barriera d’uscita (che fa una scansione).

Qui no: nel supermercato italiano che ha compiuto 10 anni una manciata di giorni fa si spendono dei punti, che vengono attribuiti in base alla condizione della famiglia. Perché è così che si “paga” nel supermercato gratuito aperto da Caritas a Roma nel 2008.

Sembrava una premonizione: da lì a pochi mesi più tardi la crisi economica avrebbe cominciato ad aggredire con tutta la sua devastante forza, ma le famiglie in situazioni di difficoltà e di indigenza già esistevano e per loro la Caritas aveva aperto l’Emporio della Solidarietà di Roma.

Da allora a oggi sono state 8.910 le famiglie che hanno potuto accedervi e “acquistare” generi di prima necessità per un valore vicino ai 5 milioni di euro.

Le merci arrivano lì grazie alla generosità di finanziamenti pubblici, sponsor privati, volontari, gente comune e anche turisti: le monetine che vengono gettate nella Fontana di Trevi, infatti, una volta raccolte vengono donate all’Emporio della Solidarietà per le sue necessità.

L’esperienza di questo supermercato gratuito ha funzionato: purtroppo, perché significa che la povertà non ha smesso di aggredire; per fortuna, perché almeno chi si è trovato in difficoltà ha potuto contare su questo genere di “paracadute”. Oggi sono 100, da Nord a Sud, gli empori della solidarietà presenti nel nostro Paese.

Sfatiamo un mito: gli stranieri sono solo la metà del totale delle 26 mila persone che hanno fatto ricorso al negozio di Roma; gli altri sono tutti italiani. In entrambi i casi la situazione di difficoltà deve essere certificata per dare diritto al “badge” con cui si “pagano” gli “acquisti”.

L’augurio è che si debba parlare sempre di meno di negozi come questo; la buonanuova, invece, è sapere che per chi ha bisogno di un aiuto, c’è ancora qualcuno disposto a impegnarsi a fare rete e mettersi a disposizione al fianco di chi ha più bisogno.

Colazione gratis per chi è in difficoltà: a Livorno apre il primo “bar solidale” d’Italia

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Alessandro Fumagalli

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Ora che le frontiere in Europa non esistono più (al netto dell’antistorico e populista muro del Brennero, eretto dall’Austria per far sì che i migranti non possano tornare in Italia – sebbene sia nato con l’idea opposta), le frontiere si stanno spostando all’interno delle nostre città: è frontiera, infatti, il quartiere disagiato e povero, così come è frontiera la persona in difficoltà che chiede aiuto e si trova davanti a un muro – spesso di indifferenza – difficile da valicare.

Solo chi lavora ogni giorno, spesso nel silenzio, ai limiti di questa frontiera, riesce a capirla e cercare di abbatterla; è quello che ha fatto la SVS (Società Volontaria di Soccorso) di Livorno, che durante l’inverno si è accorta di una cosa piuttosto singolare: diverse persone si avvicinavano alla sede per poter usufruire delle macchinette del caffé, che lì sono state posizionate a disposizione dei volontari. Gente povera, che non avendo la possibilità di andare al bar per un caffè e nessuno che gli fa credito, cercava un’alternativa più a buon mercato per bere qualcosa di caldo e superare così – almeno per un attimo – il gelo nelle ossa.

E’ nata così un’idea: mettere queste macchinette a disposizione, gratis, di chi ha bisogno, creando una sorta di bar. Nino Effe è il suo nome, in memoria di un uomocon disagio che in passato ha frequentato la sede di SVS proprio in cerca di un caffé economico e soprattutto di persone disposte ad ascoltarlo.

bar nino effe

Nel bar Nino Effe c’è un volontario che ogni giorno si prende cura dello spazio, e due volte alla settimana arriva anche un assistente sociale che apre uno sportello d’aiuto a chi ha bisogno di parlare delle sue difficoltà. Come racconta Cristina Galasso – che per prima ha condiviso questa storia su Medium – il bar è aperto dalle 7 alle 20 ed è sostenuto dalle donazioni di Fondazione Livorno e della Famiglia Rivecci, anche se chiunque può dare una mano.

Una piccola bella storia di solidarietà che dà una speranza non solo a chi abita a Livorno, e può diventare esempio da riproporre anche in altre città.

Una famosa squadra di calcio aiuta i bambini più poveri grazie al pallone: scoprite quale!

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Alessandro Fumagalli

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In Italia il calcio è una religione, o forse qualcosa di più: i tifosi più preparati sanno vita-morte-miracoli dei loro beniamini, ricordano ogni gol della propria squadra e guai a sbagliare un risultato di 11 mesi prima quando si parla con loro. Il calcio è una passione sana, uno sport di squadra che allena alla vita, e che però si presta anche a quelle degenerazioni di cui si sente parlare – purtroppo – ancora troppo spesso.

Queste le lasciamo agli altri: a noi oggi piace parlare di quando il calcio fa bene, anzi fa “del bene”, come nel caso del progetto Inter Campus.

Eh sì, perché lontano dalle luci della Serie A e di San Siro, c’è un’Inter che vince sempre, ed è quella impegnata nei Paesi più poveri del mondo con un progetto che cerca di educare – e di strappare dalle cattive abitudini – i ragazzi di strada in molti Paesi del mondo. Con un pallone, tanta fantasia, un impegno che va ben oltre il normale orario di lavoro e una passione che trascende il fatto sportivo in senso stretto per diventare importante dal punto di vista educativo.

Inter Campus è nata nel 1997; è una vera e propria costola della “azienda Inter”, con i suoi dipendenti e un suo budget che arriva proprio da quello della “Casa madre”. L’impegno di questa società, che non è una ONLUS ma a conti fatti lavora anno dopo anno in pareggio (se non in perdita), è quello di usare il calcio come strumento educativo per dare una speranza ai bambini dai 6 ai 13 anni dei Paesi più poveri del mondo.

inter-campus_chapas

C’è il progetto in Africa, che aiuta i “bambini stregone” (ossia quelli tacciati di portare il malocchio, perché nati in un momento di particolare difficoltà) a salvarsi da un destino di emarginazione e morte proprio attraverso il pallone; c’è quello in Romania, realizzato in collaborazione con Parada, che grazie al calcio riesce a dare un’alternativa ai bambini che vivono in stazione e sniffano colla nelle fogne – ebbene sì, purtroppo sì; c’è quello in Sudamerica, dove è stato ricavato un campo per giocare a pallone strappando il terreno a una discarica, dove migliaia di persone vivono abitualmente.

Progetti sparsi in 29 Paesi, che esistono e resistono (e crescono) grazie all’impegno e alla passione del team di all-educatori formato da Inter e alla creatività di uno staff amministrativo che anche in tempi di vacche magre cerca sempre di trovare una strada per recuperare i 20/30 mila euro necessari per avviare un progetto direttamente nel luogo dove questi bambini soffrono, e sono costretti a convivere con una situazione impossibile da sostenere.

Ora lasciamo la parola al sito ufficiale del progetto, per chi vuole approfondirlo: lo trovate a questo link. E’ davvero un dono grande, se pensiamo che Inter ha scelto di dedicarlo ai bimbi fino ai 13 anni proprio per evitare che si trasformi in un momento di reclutamento di campioncini a basso costo: se poi avranno le doti e la grinta necessaria, i ragazzi troveranno da soli la loro strada nel professionismo ma senza che Inter lucri qualcosa su questo. Prendete Murillo: da piccolo è stato un “intercampista”, la scorsa estate è stato acquistato (pagandolo profumatamente) proprio dai nerazzurri e ora è uno dei difensori più apprezzati al mondo; un ragazzo la cui storia è nata proprio sui campi di fortuna creati qua e là nel mondo da Inter Campus!

Marathon des Sables 2016: l’italiano BeardRunner corre nel deserto per raccogliere fondi, e possiamo aiutarlo anche noi!

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Alessandro Fumagalli

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Scatta venerdì 8 aprile la Marathon des Sables 2016, e se tutte le maratone – con i loro 42km – sono massacranti, questa lo è ancora di più; non solo perché è lunga 257 km, ma soprattutto perché si corre.. Nel deserto, di giorno, sotto il sole e le sue temperature torride!

beardrunnerSono 33 gli italiani in gara quest’anno, e tra loro c’è Simone, meglio noto come BeardRunner per la sua barba. Simone è un ragazzo come tanti: di lavoro fa l’osteopata, è appassionato di fotografia e da qualche mese (18, per la precisione) ha cominciato a correre, lasciandosi coinvolgere da questo passatempo al punto da diventare un “maratoneta delle sabbie”.

Un maratoneta dal cuore grande: il suo obiettivo, infatti, è raccogliere (almeno) 10€ per ogni chilometro che percorrerà nel deserto, dunque 2570€ che saranno poi destinati all’associazione sportiva Sporthappenings, che – in collaborazione con l’Accademia Italiana Wheelchair Tennis – avvierà i giovani portatori di handicap alla pratica del tennis.

Al fianco di Simone BeardRunner in questa impresa ci sarà anche 1caffè, la ONLUS fondata da Luca Argentero che cercherà di raccogliere questi fondi tra l’11 e il 18 aprile prossimi sul sito 1caffè.org

Ecco perché Simone merita tutto il nostro tifo, e l’aiuto di quelli che vorranno contribuire a realizzare quel suo sogno che passa anche attraverso qualcosa di così vicino al limite umano come la Maratona delle Sabbie. Per seguirlo c’è anche una pagina Facebook, www.facebook.com/beardrunner, e ci auguriamo (e gli auguriamo) che la sua avventura ottenga entrambi i risultati che si è proposto 😉

Una ONLUS porta i disabili in viaggio: ecco Seable, dall’Italia a Londra e ritorno con un’idea che fa del bene

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Alessandro Fumagalli

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vacanze-disabiliI tour operator tradizionali sono in crisi, e non lo scopriamo certo oggi: internet e tutti i vari siti per le prenotazioni online li stanno mettendo decisamente in croce, e chi non si reinventa offrendo un servizio veramente extra (di qualunque tipo esso sia) è destinato ad andare incontro a periodi di vacche decisamente magre.

Al contrario, c’è qualcuno che ha studiato il mercato, intravisto una nicchia e in quella si è infilato creando un’azienda di successo, anche se ad oggi ancora ferma (per scelta) allo stato di ONLUS. Questo qualcuno è Damiano, un ragazzo italiano di 29 anni che ha studiato a Londra, vive e lavora là ma ha cominciato proprio da qui a realizzare il suo business, e in particolare da quelle pendici dell’Etna che gli hanno dato i natali.

Lì Damiano ha lasciato il padre, che lavora come istruttore di sub per disabili, e proprio dall’esempio del padre il ragazzo ha sviluppato un’idea che poi ha presentato a un incubatore della sua Università e con la quale ha ottenuto un ufficio gratis per i primi due anni e la copertura dei costi necessari per avviare l’attività.

A questo punto sarete curiosi di scoprire qual è l’attività di cui Damiano si occupa, e ve lo diciamo subito: è Seable, una ONLUS che svolge l’attività di tour operator per i disabili; persone che vogliono scoprire dei luoghi del mondo, ma hanno bisogno di essere accompagnate in questa scoperta e guidate in maniera particolare, specifica per il loro handicap.

Il primo cliente di Damiano è stato un inglese non vedente di 84 anni che si è avvicinato a lui perché cercava qualcuno che lo accompagnasse in una vacanza in Sicilia; è stato un attimo modificare in corsa l’idea di un tour operator che offrisse ai disabili vacanze “avventurose” (con esperienze, ad esempio, sportive) in quella di uno specializzato nell’offrire servizi “ad hoc” sulla base delle richieste.

L’obiettivo di Damiano e della sua Seable è quello di offrire vacanze di qualità, e regalare ai disabili – attraverso esperienze che nella vita quotidiana non hanno la possibilità di provare – una nuova consapevolezza nei propri mezzi: c’è anche una coppia che si è conosciuta proprio grazie a Seable, e che dopo quell’avventura ha trovato la forza per organizzarsi in autonomia un nuovo viaggio!

Attualmente Seable offre vacanze in Sicilia, nei Paesi Baschi e in Slovenia; alcune aziende si sono interessate al progetto e oggi Damiano si trova davanti a un bivio, continuare con la ONLUS o trasformare la sua creatura in “for profit”; ma ha già vinto: ha tracciato una nuova strada, ha ottenuto un buon successo e ha dato a tanti disabili la possibilità di vivere un’esperienza disegnata su misura per loro e le loro esigenze, ma senza compatirli.

Una storia come questa è senza dubbio una #buonanuova, non trovate?

Circo InZir porta spettacoli e divertimento nei Paesi più poveri, quale sarà la prossima mèta?

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Alessandro Fumagalli

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fonte immagine: circoinzir.wordpress.com
fonte immagine: circoinzir.wordpress.com

Il martedì, su #buonanuova, è il giorno delle associazioni: cerchiamo storie di realtà che si reggono soprattutto sul volontariato, e che propongono progetti di solidarietà a 360°;

ne conosci qualcuna e vorresti che ne parlassimo? Scrivi a buonanuovablog@gmail.com, potrebbe diventare la nostra “prossima puntata” 😉

Oggi parliamo di Circo InZir, un progetto che nasce a Bologna (InZir, infatti, è il modo dialettale per dire “in giro”) in seno a Teatro Circo per offrire alle popolazioni dei Paesi più disagiati – a causa della povertà, della guerra, o del letale mix tra questi due ingredienti – un momento di svago e di divertimento.

L’arte è davvero un linguaggio universale, e quella di strada lo è ancora di più: supera le barriere che dividono le diverse culture e le rende in grado di comunicare tra loro, usando il sorriso come chiave per aprire tutte le porte.

E’ così che, nel 2012, da una “massa” eterogenea si è formato un collettivo di artisti, coagulato attorno all’idea di usare il circo come mezzo di condivisione dell’arte nel mondo. Raccolti i fondi necessari per dare il “la” all’idea, naturalmente attraverso cabaret e spettacoli a offerta libera, Circo InZir è partita nel 2012 alla volta del Sahara Occidentale per presentare il proprio spettacolo nei campi profughi Saharawi.

Due anni più tardi, nel 2014, è stata la volta del Guatemala, mentre la mèta programmata per quest’anno è l’Etiopia, o più precisamente il Corno d’Africa. Sì, perché quando Circo InZir si mette in viaggio non può dire di aver proprio un obiettivo specifico che non sia quello di mettere in scena uno spettacolo in grado di regalare un sorriso a chi è più in difficoltà; l’itinerario, poi, può subire variazioni in corso d’opera, come quella volta che i ragazzi furono notati dal ministro algerino della cultura e invitati a portare in scena il loro show nel cuore di Algeri 🙂

Naturalmente l’attività di Circo InZir ha dei costi, e anche progettare il viaggio in Etiopia significa dover sostenere delle spese: per questo il gruppo ha creato una campagna di crowdfunding sul sito produzionidalbasso.com, dove chiunque può offrire il proprio contributo a sostegno del progetto.

Se l’obiettivo è quello di portare un sorriso anche dove di motivi per stare allegri ce ne sono pochi, merita tutta la nostra miglior pubblicità non trovate?

Donare vestiti a Caritas è sicuro? In Sardegna, da oggi, di più; grazie alla Forestale

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Alessandro Fumagalli

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Siamo sicuri che quello che dono arriverà a destinazione?

vestiti-caritasE’ l’obiezione più frequente quando si cerca di invitare qualcuno a fare gesti di generosità, e le storie di cronaca sembrano confermare che questa replica ha ragione di esistere: quante volte abbiamo sentito parlare di viveri finiti nelle mani sbagliate, di 8xMille speso per festini, di oggetti che erano stati messi a disposizione e che sono stati trovati abbandonati da qualche parte, ben lontani dall’arrivare a destinazione?

Anche i vestiti raccolti dalla Caritas in Sardegna stavano facendo la stessa fine, e forse in passato l’hanno fatta pure, ma – come racconta La Stampa – questa volta le cose sono andate diversamente: la #buonanuova, infatti, è che la Forestale ha indagato sul giro e ha scoperto che qualcuno usava gli indumenti raccolti per rivenderli sul mercato clandestino. Ce n’era un intero camion pieno, pronto a prendere la destinazione sbagliata. Ora speriamo in pene esemplari.

Come ne risentirà la generosità degli abitanti dell’isola?

Il cinema arriva in ospedale: film come medicine a Milano e Roma, ecco dove è già possibile vederli

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Alessandro Fumagalli

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A meno di non esser lì per cose belle, come una gravidanza, l’ospedale è – mediamente – un luogo difficile da amare: è il luogo della sofferenza e della preoccupazione.

Molte delle possibilità di guarigione di una persona, però, si giocano anche sull’atteggiamento che questa riesce a tenere nei confronti della malattia e dell’imprevisto, e già da tempo le corsie d’ospedale non sono più quei luoghi dimessi e tristi che sono state fino a qualche anno fa: c’è chi “spinge” sulla clownterapia, soprattutto con – e per – i bambini dopo che è stato dimostrato il successo di tecniche alla “Patch Adams” (e il film ha sdoganato il personaggio); c’è chi ha introdotto gli animali domestici in corsia, pur con tutte le cautele del caso (ne avevamo parlato per Milanoincontemporanea, ricordate?); e ora c’è chi, seguendo l’esempio di una fortunata esperienza nata in Gran Bretagna, vuole portare il cinema in ospedale.

Sì, avete capito bene: una sala cinematografica con tutti i crismi (e qualcuno in più, ma ne parleremo poi..) per socializzare con gli altri davanti al grande schermo, farsi rapire dalle storie che le pellicole sanno raccontare e regalarsi un momento di sollievo dalla routine fatta di esami, visite mediche, pasti leggeri e saluti ai parenti.

cinema-in-ospedale

In Italia esistono già due esperienze di questo tipo: dall’ottobre 2013 presso l’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (MI), e dall’estate scorsa anche all’interno del centro polifunzionale Spazio Vita, presso l’Ospedale Niguarda di Milano. Ora la ONLUS MediCinema Italia punta alla “conquista” di Roma, che del cinema in Italia è la culla con il suo laboratorio di Cinecittà. Il prossimo MediCinema, infatti, sorgerà al Policlinico Gemelli: aprirà a marzo, sarà ospitato dai locali tra l’ottavo e il nono piano della struttura e – come anticipato – sarà in grado di accogliere anche pazienti non autosufficienti, quindi allettati o in sedia a rotelle.

Zero barriere architettoniche, tanta comodità e ben 130 posti, per ospitare i pazienti (naturalmente) ma anche i loro familiari e amici, e offrire un momento di svago anche a volontari e personale di assistenza. E’ infatti dimostrato che la visione di un film crea una sorta di “effetto pausa” dal punto di vista psicologico, regalando uno stato di benessere neurologico che ha poi le sue conseguenze anche sulla guarigione, riuscendo ad accelerarla.

Il Segretariato Sociale della RAI sostiene il progetto, ma anche ognuno di noi può contribuire donando 2 o 5 euro: basta inviare un SMS solidale al 45599 entro l’11 gennaio prossimo, oppure chiamare da rete fissa. Un piccolo contributo per un progetto che può avere grandi ricadute: stare insieme nella malattia aiuta a stare meglio, e il cinema in questo ha un potere eccezionale – e dimostrato 😉

Un contributo alle famiglie che offrono alloggio agli immigrati: Milano apre la strada, chi seguirà?

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>>>ANSA/PAPA A LAMPEDUSA: FARA' APPELLO A PRENDERSI CURA DEI MIGRANTIOgni settimana le amiche di Milanoincontemporanea ci offrono lo spazio di un post, che dedichiamo ogni volta a una buonanuova “alla milanese”. Anche la notizia che stiamo per darvi arriva da Milano, e ancora una volta parla di generosità e ospitalità: il Comune ha infatti aperto un bando, valido dal 30 dicembre scorso al prossimo 15 gennaio, per la selezione di famiglie interessate a ospitare a casa propria uno o più profughi a seconda delle possibilità.

Sì, perché se è vero che la questione dei migranti è passata in secondo piano (permetteremi una nota polemica: ora i giornalisti sono tutti concentrati sulle morti per parto, al punto che sembra quasi non succeda altro nel nostro Paese..) è vero anche che il problema di ospitarli persiste; gli enti locali sono stati chiamati a mettere a disposizione le proprie strutture, alcune parrocchie stanno cercando – nell’indifferenza dei media – di fare altrettanto, ma c’è una terza via che passa attraverso l’impegno dei cittadini “in prima persona”, e per incentivarla il Comune di Milano ha messo a disposizione un importante contributo.

400 euro al mese per chi offre un alloggio idoneo all’ospitalità: bastano una camera da letto con un minimo di arredo, quello necessario per il deposito di abiti ed effetti personali, e un bagno. Oltre a questi, naturalmente, serve la disponibilità ad accogliere una persona sconosciuta a casa propria, ma sappiamo bene che la generosità di molti milanesi non avrà bisogno di molti discorsi per farsi convincere a offrirla.

Le famiglie che intendono candidarsi possono inviare al Comune la propria domanda di adesione; se selezionate, parteciperanno a un corso di formazione di due giorni utile ad approfondire il tema dell’asilo politico (e le dinamiche che lo regolano) e gli aspetti di relazione interculturale.

Non nascondiamoci dietro all’ipocrisia: può essere l’occasione per integrare il reddito familiare e, allo stesso tempo, fare un servizio a persone che ne hanno bisogno. Un’opportunità da prendere seriamente in considerazione, insomma.

La televisione non ne parla; i quotidiani gli avranno dedicato sì e no un trafiletto. Ma questa è una #buonanuova a 360° per tutti quelli che si lasceranno coinvolgere con entusiasmo nel progetto.