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In Spagna posano le strisce pedonali luminose: arriveranno anche da noi?

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno :-) ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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L’attenzione di noi italiani nei confronti dei pedoni quando attraversano sulle strisce, bisogna dirlo, è piuttosto bassa.

Per capirlo basta passeggiare, specialmente la sera: prima di attraversare una strada è meglio farsi il segno della croce, e anche le statistiche lo confermano visto che solo nel 2011 (quindi non un secolo fa) ci sono stati ben 589 pedoni uccisi sulle strisce, e 21mila persone ferite; praticamente un bollettino di guerra!

Le amministrazioni comunali e gli uffici tecnici degli enti locali le hanno studiate un po’ tutte per limitare questo bilancio: c’è chi erige semafori e chi crea spartitraffico con salvagente; chi crea sottopassaggi e chi sopraelevate; chi ha colorato di rosso l’area vicino agli attraversamenti pedonali e chi ha messo dei dossi in prossimità per invitare a rallentare.

Ora dalla Spagna arriva un’idea che potrebbe rivelarsi risolutiva: a Cambrils, vicino Tarragona, sono state posizionate strisce pedonali che si illuminano solo quando i pedoni arrivano in prossimità dell’attraversamento.

strisce pedonali luminose

Se non c’è nessuno, restano spente; quando arriva qualcuno che ha la necessità di attraversare, invece, grazie a un sensore di pressione di accende un interruttore che attiva per qualche secondo una barra a LED posta ai due lati dell’attraversamento pedonale.

Il pedone diventa immediatamente visibile, e anche l’automobilista fa meno fatica a rendersene conto e a lasciarlo passare senza rischi.

Il progetto ha anche una valenza ambientale: le lampade, come abbiamo detto, sono LED quindi a basso consumo energetico; ad alimentarle, tra l’altro, sono dei pannelli fotovoltaici che consentono di risparmiare 3mila euro di elettricità (quella necessaria per illuminare ogni sera il passaggio pedonale, sia che ci passi qualcuno sia che rimanga deserto) ogni anno. Considerato che il costo per ogni sistema del genere è di 10mila euro, potrebbe essere sostenibile anche sotto questo punto di vista.

Chissà che qualcuno anche da noi non ci possa pensare..

Eliminare il gioco d’azzardo si può: ecco il primo Comune senza slot machine, altri seguiranno?

Federica De Martino

Federica De Martino

scrivo da sempre, ma solo di ciò che mi piace.
non lo considero un lavoro, piuttosto uno sfogo.
le buone notizie sono per me le migliori.
Federica De Martino

Anacapri, piccolo comune sull’isola del golfo di Napoli, ha deciso di combattere l’enorme diffusione di slot machine che anno dopo anno mietono sempre più vittime. A guadagnarci sono lo Stato, con introiti altissimi (8 miliardi di euro l’anno), ma molto spesso anche la criminalità organizzata.

Francesco Cerrotta, sindaco di Anacapri, ha iniziato la sua lotta attuando dapprima un regolamento che vieta l’installazione di apparecchi ad una distanza di 150 metri da luoghi sensibili. Nell’elenco ci sono scuole, associazioni, bancomat, centri sportivi e stabilimenti balneari.

Dal primo gennaio 2015 i possessori delle macchinette hanno dovuto toglierle perché di fatto con l’ordinanza nessun luogo era adatto all’installazione, essendo Anacapri un comune di 6,47 km2 e poco più di 6.500 abitanti. Inutili i numerosi ricorsi al TAR dei gestori delle macchinette contrari al regolamento: i giudici hanno stabilito la competenza del sindaco sulla salute pubblica.

slot-machineOggi l’Italia ha un parco slot impressionante: 340mila macchinette, 52mila videolottery. Secondo il ministero della Salute le vittime del gioco sono pochissime: 12.376. Il riferimento, però, è al numero delle cartelle cliniche dei “soggetti in trattamento” e non a quello effettivo dei malati.

Il secondo passo è stato quello di coinvolgere la cittadinanza e di far votare tramite referendum popolare dopo un sondaggio che vedeva oltre nove cittadini su dieci d’accordo con l’iniziativa. Il 31 maggio dello scorso anno, in concomitanza con le elezioni regionali, gli anacapresi sono stati invitati alle urne per decidere sul gioco d’azzardo e l’89% si è espresso favorevolmente al regolamento del primo cittadino. Tante le telefonate ricevute dopo la vittoria da parte di altri sindaci per avere informazioni sull’iter da seguire per eliminare le macchinette dal proprio territorio.

Non erano mancate, nei mesi scorsi, accuse allo Stato che di fatto lucra sui cittadini e che dovrebbe almeno consentire ai sindaci di assumere in maniera del tutto autonoma le più idonee decisioni. Il sindaco Cerrotta, da sempre attento al problema della ludopatia ed alle tante famiglie coinvolte in questo dramma, ha chiesto anche al sindaco di Capri di seguire il suo esempio in modo da avere l’isola completamente “deslottizzata”.

Quale sarà il prossimo Comune a dire definitivamente no alle slot machine?

A Palermo parrucchieri gratis per i senzatetto: sono Daniele e Aldo, due artisti della solidarietà

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Alessandro Fumagalli

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La storia di oggi arriva da Palermo; è cominciata sotto Natale, ma continua anche oggi ed è una bella storia di solidarietà.

E’ la storia di due parrucchieri, Daniele Miranda e Aldo Capizzi, che la sera, finito il lavoro, si incontrano sotto i portici di piazza della Pace per offrire ai senzatetto un servizio tanto semplice quanto importante: il taglio – gratis – di barba e capelli.

Può sembrare una sciocchezza, ma se ci pensiamo bene così non è: i primi segni di trascuratezza che identificano “al volo” un clochard sono abiti consunti e barba sfatta – del resto in tante zone d’Italia li si chiama “barboni” anche per questo; Daniele e Aldo intervengono proprio su quest’ultima, restituendo al volto – il nostro primo biglietto da visita – un aspetto dignitoso. Per quelli che vogliono reinserirsi nella società, magari trovando un lavoretto, questo è solo il punto di partenza, ed è bello che due professionisti offrano gratuitamente la propria competenza per aiutare queste persone a sentirsi, di nuovo, persone accettabili per la società.

Il loro kit è essenziale: un rasoio, un paio di forbici, un pettine e la spazzolina per rimuovere i peli posson bastare. Non serve nemmeno la sedia, visto che ci si arrangia con gli scalini o i muretti di contenimento, e lo specchio è superfluo quando si può usare lo smartphone (in modalità selfie, naturalmente) per dare ai propri clienti l’idea di come sia stato fatto il lavoro.

Aiutarli a prendersi cura del loro aspetto è restituirgli una dignità

Dicono i due barbieri in coro. Siamo d’accordo anche noi, e anche se questo sembra un gesto piccolo è anche vero che può avere una grande importanza.

Una buonanuova passata un po’ sotto silenzio, come tante altre che si perdono nel rumore delle guerre, degli scandali e delle violenze; ma proprio per questo una notizia che merita di ritrovare spazio anche a distanza di tempo, con la speranza che l’esempio sia contagioso.

A proposito: conoscete esperienze simili anche nella vostra città? Raccontatecele nei commenti!

Se invece volete conoscere Daniele e Aldo più da vicino, ecco il video di Repubblica grazie al quale li abbiamo “scoperti” 😉

Un Taxi Rosa per la sicurezza delle donne in città: Napoli comincia, quali altre città seguiranno?

Federica De Martino

Federica De Martino

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Federica De Martino

taxi-rosa-napoliNasce a Napoli il Taxi Rosa per la sicurezza delle donne

Per tutte le donne che vogliono spostarsi di notte in sicurezza il comune di Napoli, attraverso la sezione Pari Opportunità e l’assessorato alla Mobilità, ha messo a disposizione il Taxi Rosa.

Un progetto sperimentale che mira ad aumentare la percezione della sicurezza notturna ed a favorire la mobilità e l’autonomia delle donne. Questo servizio prevede la distribuzione di 3000 voucher a tutte le cittadine che ne faranno richiesta. I voucher hanno un valore di 5 euro per le corse che saranno effettuate dalle 19:00 alle 6:00 del mattino ed ogni donna potrà richiederne al massimo cinque da utilizzare nell’arco dell’anno solare. Con questi voucher si può richiedere al taxista un trasporto, che viene offerto a prezzo ulteriormente ridotto.

Chi vorrà farne richiesta si deve rivolgere al Centro Donna di via Concezione a Montecalvario, 26 – 80134 Napoli. I voucher, previa prenotazione telefonica, potranno essere usati con le quattro società di radiotaxi della città: Consortaxi, Partenope, Telecontact Center, LA 570.

Un modo più sicuro per le donne di spostarsi e di vivere la città anche di notte, che parte da Napoli ma promette di poter essere adottato anche da altre città italiane: quale sarà la prossima?

Per maggiori informazioni: http://www.taxirosa.comune.napoli.it/

Le finestre diventano pannelli solari: l’idea che crea energia pulita è nata alla Bicocca di Milano, ecco come funziona

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Alessandro Fumagalli

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finestra-pannello-solareI pannelli solari sul tetto, diciamocelo, non sono bellissimi; e neppure comodissimi da manutenere, specie quando nevica.

I pannelli solari nei campi, poi, non ne parliamo: saranno pure utili, ma quanto suolo “rubano” alle attività agricole?

Urge trovare una soluzione, ma possiamo cambiare il tempo verbale volgendolo all’imperfetto: “urgeva”, perché i pannelli solari del futuro oggi esistono e sono frutto del lavoro di sviluppo realizzato dall’Università Bicocca di Milano. Ci sono, e utilizzano una superficie che nelle città moderne non manca di certo, pur non riuscendo a essere particolarmente utile: quella delle finestre.

Ebbene sì: le finestre del futuro potrebbero non essere più fatte solo di vetro, ma di plastica con microparticelle in grado di catturare l’energia; energia che poi può essere trasformata per alimentare una casa, un ufficio o quant’altro.

Cromofori: è questo il nome delle particelle che operano il “miracolo”, convogliando la luce verso i bordi delle finestre dove poi vengono installate delle piccole celle solari.

In realtà esistono già sistemi in plexiglass che fanno circamenoquasi lo stesso lavoro, ma questa nuova classe di dispositivi li migliora perché è più efficiente dal punto di vista energetico e perché è praticamente invisibile una volta installata, in modo da riuscire a integrarsi senza difficoltà all’interno del contesto cittadino.

In ultimo, ma non meno importante, c’è l’aspetto della sostenibilità ambientale: al di là del fatto che producono energia utilizzando una fonte pulita e inesauribile come la luce, queste finestre non contengono semiconduttori come il cadmio e il piombo ma delle leghe atossiche, che fanno lo stesso lavoro (e meglio) e non hanno alcun problema di smaltimento. Senza dimenticare che assorbendo energia, questi pannelli sono in grado di contribuire al condizionamento termico dell’ambiente che proteggono senza ridurne la luminosità se non in una misura marginale.

Una buona idea pronta a diventare una #buonanuova a tutti gli effetti quando prenderà piede nelle nostre città e ci aiuterà a renderle meno ingorde di energia “sporca”, ma pare che i tempi per il suo arrivo sul mercato non saranno così lunghi: staremo a vedere 😉

A 23 anni inventa lo scuolabus ecologico e lo costruisce col crowdfunding: ecco la storia di Amaury!

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Alessandro Fumagalli

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Più o meno ogni città ha un problema che si manifesta tutte le mattine, diciamo intorno alle 8/8.30: il traffico nella zona delle scuole. Tanti genitori convergono, con i loro bambini e – ahinoi – le loro automobili nello stesso punto nello stesso momento, creando un caos che è sempre più difficile da gestire. Succede anche da voi?

Spesso l’alternativa si chiama Pedibus: una lunga fila indiana di bambini che si tengono per mano a due a due, con un adulto che passa a prenderli alle diverse fermate, li raccoglie e li guida (con tanto di giubbottino catarifrangente) fino alla scuola. Per farlo, i Comuni non hanno grosse alternative se non quella di affidarsi al volontariato, che però per sua natura può anche non esserci, e quando succede il problema torna a esplodere in tutta la sua urgenza, che ha anche degli effetti evidentemente deleteri sull’ambiente e la qualità dell’aria che si respira.

scool-bus-rouenE’ partendo da queste considerazioni che Amaury, un ragazzo francese di Rouen, ha pensato di costruire un’alternativa. Ha così inventato una macchina, verde, visivamente simile in tutto e per tutto a un’automobile, che però funziona a pedali. Il progetto è stato pubblicato su un sito di crowdfunding, dove ha raccolto i fondi necessari per essere realizzato, ed è così che Amaury ora può girare per le strade di Rouen con questo simpatico mezzo: la mattina parte da casa, passa dalle fermate dove raccoglie i bambini che lo aspettano, li carica sul suo S’cool bus e li invita a pedalare tutti insieme, per arrivare tutti insieme a scuola. Praticamente come se usassero un risciò, anche se c’è sempre un motore elettrico di supporto per assistere la squadra nella pedalata.

Per salire su questo scuolabus a emissioni zero bastano un certificato medico di buona salute, un caschetto da ciclista e un giubbino catarifrangente. La #buonanuova è che su S’cool bus si socializza, si fa un po’ di sano esercizio fisico e si risolve il problema del traffico nei dintorni delle scuole: un’idea semplice, se vogliamo, ma con un impatto davvero positivo sotto tanti punti di vista.

Se arrivasse anche nella vostra città, la fareste usare ai vostri figli? 😉

Vai al lavoro in bici? Il Comune ti paga! Succede in Toscana, e nel resto d’Italia? Intanto ecco come funziona!

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Alessandro Fumagalli

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pista ciclabile in città

Ok, quando si va a lavorare si viene pagati (o almeno si dovrebbe). Ma si è pagati perché si lavora, non perché  si va “fisicamente” da casa al posto di lavoro: per quello, anzi, di solito tocca metterceli di tasca propria.

Sì, se a lavoro andate in macchina, o coi mezzi pubblici, e solo perché non abitate a Massarosa 🙂

Lì, in quel Comune da 22mila anime in provincia di Lucca, conviene inforcare la bicicletta e mettersi in marcia verso il posto di lavoro; ogni km percorso, l’Amministrazione ha previsto un rimborso spese di 25 centesimi di euro!

L’idea non è nuova: in Francia se ne parla già da un po’, e anche noi lo avevamo raccontato. Ma Massarosa, ammesso che l’iter vada in porto, è la prima realtà in Italia a proporre un progetto simile.

La scelta risponde a una logica ben precisa: convincere la cittadinanza ad adottare una forma di mobilità dolce, pulita, che non ha bisogno di parcheggi enormi e non inquina, oltre ad avere tante altre qualità di cui vi abbiamo parlato spesso (o no? 🙂 )

A Massarosa, dunque, si parte: 50 persone saranno selezionate per sperimentare il progetto pilota, che sarà monitorato mediante autocertificazioni e app per smartphone. Il tetto massimo al rimborso mensile sarà di 50 euro, che corrispondono a 200km: al di là di tutto, però, volete mettere il risparmio in termini di carburante, e i vantaggi per la salute che derivano dalla scelta di andare al lavoro in bici?

Ma soprattutto: vi piacerebbe se anche il vostro Comune, o la vostra azienda, vi proponessero un incentivo simile?

Per muoversi in città meglio l’auto, la bici o i mezzi? Una GIF animata ci aiuta a prendere la decisione migliore!

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Alessandro Fumagalli

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Viviamo in città sempre più grandi e affollate, al punto che alcune di loro son diventate dapprima “metropoli”, poi “megalopoli”: Tokyo, New York, persino Londra; per non parlare dei 24milioni di abitanti di Shanghai..

Tutte persone che mangiano in città (il che significa far arrivare ovunque i viveri), dormono (e già solo per fare questo hanno bisogno di spazio), e che in città si muovono.

Ecco, immaginate che si muovano tutte in macchina: quanto spazio occuperebbero, e quindi quanto ne servirebbe per farcele stare? Discorso analogo si può fare per chi si muove in treno, in autobus, in metropolitana, o anche in bicicletta: quanto spazio occupa, e quindi quanto ne serve per farcelo stare?

La risposta è forse più sorprendente della domanda stessa, e ce la offre una GIF animata.

Prima di mettervi in pista per raggiungere, per esempio, il centro commerciale o la scuola di vostro figlio, datele un’occhiata: può tornare utile per scegliere il mezzo di trasporto più consono, per il benessere della città ma anche per la vostra sanità mentale 😉

Quanto spazio occupano 200 persone che si muovono in città? Ecco come cambia il quadro con le auto, le bici, gli autobus e i treni, per riuscire a scegliere quale preferire con cognizione di causa 😉

Centraline dei semafori oppure opere d’arte? Ecco la street art che cambia colore alla città di Milano!

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Alessandro Fumagalli

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Per Milano il 2015 si sta rivelando un vero e proprio anno di grazia, avete notato? Complice la presenza di Expo, il capoluogo lombardo sembra aver riconquistato il ruolo di “capitale morale” d’Italia, anche grazie al “contributo” di Roma (del quale, ahinoi, c’è tutt’altro che essere orgogliosi e felici), ma – forse – soprattutto in virtù di una rinnovata verve che ha cambiato il volto alla città.

Se gli scorsi sono stati gli anni delle “grandi opere”, nuova skyline di Porta Garibaldi in primis, il 2015 è quello di storie più piccole ma non per questo meno significative. Ad esempio quella della riqualificazione della Darsena, di cui ci ha parlato Myriam, che oggi è il cuore pulsante della vita notturna milanese; oppure quella della Torre Arcobaleno, ridipinta a tempo di record; o di Jellyfish Barge, e di tanti altri piccoli progetti di cui ho avuto modo di parlarvi dalle pagine di Milanoincontemporanea.

Oggi, se me lo consentite, vorrei parlarvi di un’altra novità che riguarda Milano e le sue centraline semaforiche. Sì, avete presente quei parallelepipedi grigi che si trovano, in genere, nei pressi degli incroci, e sono spesso vittime delle “attenzioni” di writer caserecci spesso tutt’altro che dotati di senso artistico? Ecco, se siete riusciti a immaginarveli ora ve li facciamo vedere, rivisitati, in questa gallery proposta da IlPost.

energy-box-2015

La storia bella che hanno da raccontare è quella di un progetto, che ha coinvolto ben 53 artisti – veri! – urbani; a questi è stato proposto di “adottare” alcune centraline dei semafori (energy box, si chiamano) e di trasformarle da scatole anonime in opere d’arte contemporanea, permanente, di strada!

Oggi a Milano ce ne sono 150, e sono delle vere e proprie chicche che hanno ravvivato il paesaggio di una città che per qualche verso poteva essere diventata un po’ monotona e narcisa. Una città che però, grazie a Expo (certo) ma soprattutto con le idee di chi la abita e chi la vive, sta dimostrando di essere capace di reinventarsi per rimanere un punto di riferimento importante, per il suo hinterland e per tutto il nostro Paese.

Da cattedrali nel deserto a rifugio per i migranti: gli impianti delle Olimpiadi di Atene 2004 tornano a essere utili

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Alessandro Fumagalli

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The abandoned stadium which hosted the beach volleyball competition during the Athens 2004 Olympic Games is seen south of AthensSe cercate tra le cause della crisi greca, troverete anche una voce “Olimpiadi di Atene 2004“; è da quel momento che i Giochi sono diventati uno spauracchio per tantissime città (e molti Paesi) che li vorrebbero organizzare, perché l’organizzazione richiesta è faraonica, l’impegno economico rilevante e la dotazione di strutture sportive necessaria per ospitare la crème degli sportivi di tutto il mondo davvero esagerata. Il ritorno? Incerto e troppo spesso inferiore rispetto al preventivato

Accanto a casi virtuosi, come quelli di Barcellona 1992 e di Torino 2006, che hanno approfittato dell’occasione olimpica (e dei relativi denari) per ripensarsi come metropoli e proiettarsi nel futuro (promosse!), ci sono altri esempi – come, appunto, Atene 2004 – in cui gli impianti sono diventati delle vere e proprie “cattedrali nel deserto”.

Sedili bruciati dal sole, piste in tartan ormai rabberciate, piscine colme di acqua piovana salmastra: niente di più distante dall’immagine patinata che il mondo ha apprezzato per quei 20 giorni ogni 4 anni, è questo il quadro degli impianti sportivi di Atene 2004 a 11 anni da quella Olimpiade.

impianti-olimpiadi-atene-2004Oggi però quegli impianti stanno scoprendo una nuova vita. Certo, non più fatta di medaglie, applausi e spettacolo, ma di sofferenza e speranza: per fronteggiare l’emergenza migratoria, infatti, la Grecia ha deciso di riaprire le strutture che hanno ospitato le Olimpiadi del 2004 e trasformarle in centri di permanenza temporanea.

In fondo, il Paese ellenico è la “porta d’Europa” per tanti di quelli che scappano dal Medio Oriente e dalla sua tensione perdurante: dista solo 8 miglia marine dalla Turchia! Questo ha fatto della Grecia un punto di sbarco massiccio per i migranti, adesso come adesso anche più di Lampedusa, e anche qui si pone il tema e il problema di dove raccoglierli e alloggiarli nella fase della prima emergenza.

E’ così che le amministrazioni hanno subito pensato a quella parte di patrimonio ormai degradata che c’è nella loro dotazione come, finalmente, a una risorsa da utilizzare. I primi a riaprire sono stati Hellinikon Olympic Hockey Centre e Faliro Sports Pavilion Arena, seguiti a ruota dal Galatsi (dove si giocò il torneo di tennis tavolo).

La sistemazione, naturalmente, è provvisoria e temporanea, ma se non altro ha permesso di dare un ricovero ai migranti e di risolvere un problema molto sentito dalla popolazione che abita nelle aree degli ex impianti ormai dismessi: quello del degrado e dell’incuria, un fenomeno che ora ha fatto segnare una netta inversione di tendenza.