Giulia: “Con il volontariato ad Haiti ho imparato a non avere paura. E sulle ONG dico che..”

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno 🙂 ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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Oggi ti presento Giulia.

O meglio, lascio che sia lei a presentarsi attraverso il racconto della sua esperienza di volontariato ad Haiti.

Conosco Giulia da un (bel) po’: veniva in oratorio quando facevo l’animatore, e l’ultima volta è stato 15 anni fa..

Poi è diventata una fisioterapista (o meglio, la specializzazione precisa non la so quindi ora pubblico, lei mi cazzierà e io passerò a correggere: preparati).

In tutto questo ha trovato anche il tempo per fare “enne” altre cose che io ho sempre desiderato ma non ho mai trovato la forza di fare: il Cammino di Santiago, la volontaria nei PVS..

Proprio dal racconto della sua ultima esperienza (e sono convinto che ultima è solo in ordine di tempo) è nata questa intervista.

Ti consiglio di non perderla, merita (ma arriva a leggerla fino alla fine e dimmi se non ho ragione 😉 )

Ciao Giulia, raccontaci un attimo di te: qual è stato il percorso che ti ha portata a diventare volontaria in un progetto di cooperazione internazionale a Haiti?

E’ stato un percorso iniziato quattro anni fa, quando per la prima volta ho deciso di partire.

Avevo tanta curiosità, volevo conoscere come si vive nei paesi lontani dal nostro “mondo occidentale”. Volevo conoscere persone nuove e le loro storie, così sono partita a cuor leggero per il centro America, destinazione Nicaragua.

Quell’esperienza è stata un punto di svolta nella mia vita: ho iniziato a pensare il mondo come un’unica unità, senza confini né frontiere. Quella è stata un’esperienza che non ha fatto altro che incrementare in maniera esponenziale la mia voglia di conoscere la gente del mondo, e così ha creato i presupposti per questa nuova esperienza haitiana.

Ci puoi raccontare come si svolgeva la tua giornata / cosa facevi, qual era l’obiettivo del tuo lavoro?

Il mio mese di permanenza haitiana è stato suddiviso in tre periodi; il primo e l’ultimo sono stati dedicati ad attività di animazione nei villaggi rurali del nord, il periodo centrale, più breve, di conoscenza del territorio.

Nei villaggi abbiamo svolto attività di animazione per bambini ed adolescenti locali come fosse una sorta di centro estivo, in alcuni casi residenziale; alcuni bambini infatti provenivano da zone lontane anche otto ore di cammino, per cui alcune aule sono state attrezzate a dormitorio.

L’aspetto più stimolante è stato che noi sei italiani abbiamo organizzato e gestito i due campi estivi insieme ai ragazzi haitiani della capitale, nostri coetanei che già frequentano durante tutto l’anno Kay Chal, centro di aggregazione giovanile e scuola per bambini schiavo situato all’interno di Cité Okay, una della più grandi baraccopoli di Port-au-Prince.

Il poter collaborare con i ragazzi haitiani, per i bambini haitiani stessi ma di altre zone, è stata la parte più arricchente per tutti: ognuno ha messo del suo ed ha imparato ancora di più.

Perché hai deciso di andare là, rinunciando (per un certo periodo) a quello che potevi avere qui?

Non ho mai vissuto questa esperienza come una “rinuncia”, ma piuttosto come una grande opportunità. Lasciare a casa certe comodità ti permette di dare il valore corretto alle cose, e soprattutto avere meno distrazioni materiali ti consente di rivalutare quanto sia immensamente più interessante incontrare e vivere le persone.

L’adattamento a situazioni nuove prima o poi arriva: magari inizialmente si fa fatica a non avere l’acqua corrente disponibile a qualunque orario del giorno, per esempio, ma poi ti organizzi.

Spesso all’inizio ho pensato che se i ragazzi haitiani vivono così tutto l’anno, forse io potevo resistere per un mese. L’ormai ex presidente dell’Uruguay, Pepe Mujica, diceva che i poveri non sono quelli che hanno poco, ma quelli che hanno bisogno di tanto.

Cosa pensi che potremmo fare noi, nel nostro piccolo, per cambiare le cose?

Innanzitutto dobbiamo iniziare a cambiare il nostro atteggiamento verso il mondo, passare da una visione locale ad una globale: tener conto delle diversità, ma solo come valore aggiunto, avere la curiosità di conoscere le persone senza dar credito ai discorsi di certi politicanti che cercano di inculcare il seme della paura.

Il diverso è bello, ha qualcosa che io non ho: dobbiamo informarci su cosa succede al di fuori delle mura di casa nostra; dobbiamo studiare per non farci prendere in giro da nessuno, conoscere il significato delle parole.

Immigrato, profugo e clandestino non sono la stessa cosa: abbiamo la fortuna di vivere in un’epoca in cui muoversi è piuttosto facile, viaggiare ed abbattere le frontiere è forse la cosa migliore che possiamo fare.

Cosa pensi degli scandali (sessuali, donazioni rubate, etc.) che di tanto in tanto saltano fuori nel mondo delle ONG?

Haiti forse è il più grande emblema vivente di come un certo tipo di cooperazione internazionale sia fallimentare.

Al di là dei casi di soprusi di cui abbiamo sentito parlare, che fanno veramente male e vanno condannati con fermezza, quando arrivi in un paese con la pretesa di aiutarlo, devi entrare in punta di piedi ed essere cosciente che lo stile con il quale porgi il tuo aiuto è quasi più importante che l’aiuto materiale stesso.

Quando arrivi a Port-au-Prince per esempio vedi la città organizzata con le vie più povere, dove sorgono le più grosse baraccopoli, più vicine al mare; poi via via che si va dal mare alla collina più alta della capitale, Pétionville, si trova sempre maggiore ricchezza. Fino ad arrivare proprio a Pétionville dove sorgono le sedi di gran parte, se non tutte le ONG che operano ad Haiti. Come si fa a “cooperare” se non si sta in mezzo alla gente, se non si conosce nemmeno la lingua del popolo?

Detto questo, i ragazzi che ho conosciuto ad Haiti, chi servizio civilista e chi invece operatore umanitario vero, di quelli che vivono alla haitiana con gli haitiani, con la loro presenza hanno creato realtà incredibili in contesti davvero difficili ed hanno iniziato un processo lento ma solido di grande sviluppo, il cui timone è in molti casi già passato alle persone locali.

Hai conosciuto una bella storia che può essere il seme di una speranza in un futuro meno tribolato per le persone che vivono in quelle aree?

La più bella storia che ho conosciuto ad Haiti, è la storia di Kay Chal, centro di aggregazione giovanile e annessa scuola per i bambini schiavo della capitale. Sorto in una delle baraccopoli più povere e violente di Port-au-Prince, e diventato punto di riferimento per tantissimi ragazzi.

Kay Chal è un’opportunità per i ragazzi della capitale che non hanno potuto andare a scuola, per chi non ha famiglia, per chi avrebbe passato le sue giornate senza fare nulla, per chi mangia un giorno sì e uno no.

E’ un’opportunità per noi “bianchi”, per farci conoscere per quello che siamo: non siamo i ricchi che vanno a portare soldi, siamo persone con dei progetti mai realizzabili senza l’aiuto e la collaborazione dei locali.

D. per esempio, era un bambino schiavo, non andava a scuola. Passava la sua giornata a servire la sua “famiglia adottiva”, mangiava quando e se capitava. Non aveva contatti con le altre persone, infatti quando l’abbiamo conosciuto aveva un modo tutto suo di mettersi in contatto con noi: ci fregava qualche nostro piccolo oggettino e si faceva rincorrere per farcelo riprendere. Era il suo modo per dirci: voglio conoscerti. Era il primo a darci una mano. Un giorno dopo che ero rimasta sotto un acquazzone tropicale e mi ero infradiciata tutti i vestiti, ho buttato tutto in un angolo per andare a farmi una doccia. Uscita dalla doccia ho trovato tutto strizzato e steso con una cura maggiore di quella che avrei avuto io; ho scoperto che era stato D. solo qualche giorno più tardi. Kay Chal ha iniziato il suo processo di apertura al mondo esterno, gli ha permesso di farsi degli amici, di andare a scuola per recuperare il tempo perso, di mangiare come si deve, di diventare un punto di riferimento per i ragazzi più piccoli e di innamorarsi di una ragazza del nord durante uno dei campi estivi.

Il momento più emozionante? Quello più difficile?

Uno dei momenti più difficili ed allo stesso tempo emozionanti di questa esperienza è stato il viaggio di ritorno da Mare Rouge, un paesino nel nord di Haiti nel quale abbiamo organizzato i campi estivi.

Sapevamo che era un viaggio lungo, saremmo dovuti stare otto ore di notte su un pullman sgangherato in cui faceva un caldo atroce e non c’era nemmeno il posto per mettere le gambe giù dal sedile. Inutile dire che il pullman era davvero strapieno.

Noi italiani viaggiamo insieme ai ragazzi animatori haitiani, stavamo tornando in capitale. Eravamo gli unici bianchi su quel pullman, e i bianchi ad Haiti non sono ben visti, in parte per i retaggi del colonialismo, in parte per la brutta immagine che un certo tipo di cooperazione crea del bianco.

Dal primo momento in cui siamo saliti su quel pullman, fino alla fine del viaggio (durato circa quindici ore tra vicissitudini varie) siamo stati oggetto di frasi poco felici e per la prima volta mi sono sentita rifiutata da persone che non conoscevo, solo perchè la mia pelle era di colore diverso.

Ricordo quanto è stato difficile accettare queste ostilità, e soprattutto quanto è stato emozionante avere dalla nostra parte i ragazzi animatori di Port-au-Prince, ormai nostri amici, che ci difendevano a spada tratta mentre tutto il pullman ci accusava anche solo di portare sfortuna. Ci facevano scudo con il loro corpo quando c’era da scendere, rimanevano svegli per farci dormire sulla loro spalla, stavano in piedi per farci viaggiare più comodi.

Questa è stata una delle più forti emozioni di questo viaggio: nonostante le difficoltà linguistiche e le differenze culturali, abbiamo creato rapporti incredibili che mai dimenticheremo, ed hanno reso gli addii la parte più difficile.

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