Starbucks in America dona tutto il cibo che avanza a chi ne ha bisogno; e in Italia?

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno 🙂 ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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Chi ha viaggiato per capitali, in Europa ma soprattutto negli Stati Uniti, sicuramente conosce Starbucks, la catena di caffetterie che ora è pronta ad affrontare la difficile sfida di entrare nel mercato della Patria del caffè; ossia l’Italia, naturalmente 😉

Starbucks è un po’ un mito, con le sue tazze di caffè usa e getta che si possono anche sorseggiare mentre si passeggia in città (senza tirarsi tutto addosso: ecco il loro plus) e il clima da bistrot che si respira all’interno, grazie ai tanti servizi messi a disposizione dalla catena; tanti amano anche i suoi dolci, che campeggiano belli pieni e variopinti pronti a essere divorati, e qualcuno magari si starà chiedendo dove finiscono alla chiusura quelli invenduti.

starbucks-food-sharingDa martedì scorso, su questo punto in America c’è un’importante novità: in virtù di un accordo con Feeding America (un’associazione no-profit d’Oltreoceano) e col gruppo Food Donation Connection è nato il programma FoodShare, un’iniziativa per cui Starbucks si impegna a donare tutto quello che non riesce a vendere ogni giorno mettendolo a disposizione di chi è in difficoltà.

Non è roba da poco: nei soli Stati Uniti, infatti, si parla di 48 milioni di persone che vivono nell’incertezza quotidiana di riuscire a trovare sempre qualcosa da mettere sotto i denti, e anche se la generosità di Starbucks non basterà di certo a risolvere il problema è sicuramente un segnale importante, che potrebbe diventarlo ancor di più se altri colossi della ristorazione seguissero l’esempio (fosse anche solo per ragioni di marketing..)

E in Italia, come siamo messi? C’è da dire, anzitutto, che le grandi catene da noi non sono ancora penetrate come in America, quindi ci sta che non ci siano esperienze analoghe; sono nati però alcuni progetti, per il momento piccoli e in fase sperimentale, di condivisione del cibo fresco che non viene venduto in tempo utile e viene messo in vendita a prezzi più bassi (così da evitare gli sprechi) oppure donato, alle associazioni che danno da mangiare agli indigenti oppure messo direttamente a disposizione di loro stessi.

Perché noi italiani, quanto a creatività e generosità del cuore, possiamo rivaleggiare alla grandissima con tutti. Vero o no?

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