Tende autosufficienti per dare alloggio ai migranti: l’idea di Abeer è una speranza per tutti i rifugiati, scopriamola insieme!

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno 🙂 ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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weaving-homePiù o meno distratti, in questi giorni stiamo continuando ad assistere a un esodo di proporzioni bibliche. è quello dei migranti, che hanno cominciato a preferire la “porta” dell’Est per entrare in Europa scatenando la reazione dei Paesi che vengono interessati da questa ondata anomala e inattesa.

Il mondo, purtroppo, è profondamente ingiusto: per uno che può mangiare almeno tre volte al giorno ce n’è almeno un altro che muore di fame, ed è fatale che questo desideri cercare di migliorare la propria condizione, specialmente quando c’è la guerra nel suo Paese di origine.

E’ proprio la guerra una delle tragedie più grandi: oltre a essere un motore potentissimo per i movimenti migratori, costringe i Paesi vicini ad affrontare il problema dei profughi: dove ospitarli? Come nutrirli e garantirgli un’assistenza sanitaria? Dove alloggiarli?

Almeno a quest’ultimo problema sta provando a porre rimedio Ambeer Seikaly, un’affascinante designer canadese (ma di origine giordana) che dal 2013 sta lavorando alla creazione di Weaving Homes, una innovativa tenda per ospitare i profughi.

Innovativa, abbiamo detto, ma in realtà Weaving Homes prende spunto dalle tecniche che si tramandano da millenni i nomadi del deserto: tende leggere, dunque, altre due metri e larghe cinque, con una forma particolare che gli permette di superare le intemperie quando si abbattono sui campi.

Non solo: la pioggia, quando c’è, può essere raccolta, filtrata e immagazzinata in speciali sacche per essere bevuta in caso di necessità (o usata per la doccia e i servizi igienici); il clima esterno non è un problema, perché c’è un doppio sistema di ventilazione che in inverno trattiene il calore sviluppato all’interno mentre in estate crea un ricircolo d’aria che abbatte la canicola – che invece, sotto le tende “normali”, diventa insopportabile alla prima occhiata di sole.

E poi c’è il tetto, che ospita dei pannelli solari per permettere alla tenda di essere energeticamente autosufficiente. Sì, perché oltre ai pannelli ci sono particolari batterie che immagazzinano l’energia in eccesso, pronte a fornirla quando ce ne fosse bisogno. Senza dimenticare che la struttura è leggera e flessibile, quindi facile da trasportare e veloce da montare.

Ora resta l’ultimo scoglio: trovare dei finanziatori che permettano di proseguire nello sviluppo del progetto, ma Abeer ha già avviato dei contatti in Gran Bretagna e pare che anche questo problema sia superabile. Se non lo fosse, la ragazza non si perderebbe di certo d’animo:

Voglio ridare una dignità a chi l’ha persa a causa della guerra, e il fatto che dalla mia terra d’origine stiano arrivando tante richieste di aiuto mi sprona solo a lavorare di più per fare in modo di trovare una soluzione al problema.

Forza Abeer, noi facciamo il tifo per te e perché il tuo progetto possa presto vedere la luce 😉

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