Detenuti sconfiggono i campioni del mondo in un dibattito pubblico: non è un film, è successo in America

sociAle

Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno 🙂 ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
sociAle

Dopo qualche giorno di silenzio – per il quale mi scuso – rieccoci qua a parlare di buone notizie!

Quella di oggi arriva, ancora una volta, dall’America, un mondo completamente diverso dal nostro che ha tanto da farci scoprire al di là dei più semplici stereotipi.

Sappiamo tutti, infatti, che negli Stati Uniti esiste la pena di morte, e molti sono critici rispetto a questo aspetto; non vogliamo però entrare nella polemica, bensì segnalare una storia che arriva sempre dalla giustizia americano, e che può offrirci nuovi spunti di riflessione rispetto alle carceri, alle pene e al sistema di recupero (se si pensa che un recupero ci possa essere) di chi ha commesso dei reati.

Ma veniamo ai fatti:

un’usanza che da noi non c’è (se non nei salotti TV 🙂 ), ma che Oltreoceano va fortissimo, è quella delle sfide di dibattito pubblico: si tratta di competizioni di retorica in cui due squadre si confrontano su un tema di attualità, portando avanti due tesi opposte; una giuria decide infine quale si è distinta portando delle motivazioni più convincenti.

Bene: i “campioni del mondo” (perché in America un po’ ce l’hanno, sta cosa, di credersi i migliori del mondo: basti pensare che le finali di baseball non si chiamano USA, ma World Series, e così tante altre competizioni) in questa disciplina particolare – e particolarmente interessante – sono gli studenti di Harvard, che però sono stati sconfitti.

A superarli, nientemeno che una squadra di detenuti. Sì, avete capito bene: detenuti! Due condannati per omicidio, uno per aggressione.

team-ard-public-debateI tre stanno scontando la loro pena nel carcere Eastern New York Correctional Facility, che poi è uno dei più problematici d’America visto che si trova nello stato di New York, dove il tasso di ritorno (dietro le sbarre) è nell’ordine del 40%.

Carl, Carlos e Dyjuan, questi i loro nomi (e qui intorno, la loro foto 😉 ), sono però anche le “punte di diamante” del programma Bard, un progetto di recupero studiato dall’omonima università che mira al reinserimento nella società di chi ha commesso un crimine.

Le loro qualità sono emerse durante un dibattito sul tema dell’immigrazione: i bambini entrati illegalmente negli USA avrebbero diritto a iscriversi nelle scuole pubbliche? La risposta del trio di Bard è stata “no”, argomentata con la tesi – originale e spiazzante – che un rifiuto nei loro confronti possa smuovere associazioni benefiche e scuole private e convincerle a dare a offrire agli immigrati illegali un livello di istruzione migliore. Roba che manco Salvini avrebbe mai potuto pensare ;P

Il team di Harvard è rimasto spiazzato da queste argomentazioni, e la giuria ha assegnato la vittoria alla squadra di Bard, formata – appunto – da tre detenuti.

La sconfitta è stata incassata con stile da Harvard, che ha pubblicato su Facebook un post di congratulazioni agli sfidanti, e ha gettato luce su un progetto nato e cresciuto in sordina, con l’aiuto di fondi davvero scarsi, ma dai risultati notevoli: di 300 detenuti che hanno seguito il “piano Bard”, solo il 2% è tornato a delinquere. Ora è vero che i numeri non sono il Vangelo, ma rispetto al 40% che dicevamo sopra, comunque la si voglia vedere, ci sembra un bel risultato.

Negli USA se ne parla molto, anche a distanza di settimane; voi che ne pensate?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *