in 5 anni, rientrate in Italia 80 aziende

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno 🙂 ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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Per rispondere alla crisi bisogna trovare la giusta miscela tra taglio dei costi e investimenti in qualità e produttività. Che le aziende delocalizzino è una storia vera, ma solo fino a un certo punto: tante hanno scelto di “tornare a casa” per poter abbattere i costi di trasporto (e di dogana) e puntare su professionisti qualificati, per cercare di offrire prodotti di qualità a un mercato che sta tornando a cercare il miglior prodotto, oltre che il miglior prezzo.

focus-onNon si spiegherebbe altrimenti l’esplosione del mercato degli smartphone: in un periodo in cui più o meno tutti sono costretti a fare i conti per arrivare alla fine del mese, non si rinuncia ad avere un iPhone o i modelli più recenti delle linee Nokia e Samsung Galaxy. Vi siete mai chiesti perché?

Semplice: perché questi dispositivi hanno reso possibile un aumento della produttività, del giro di informazioni, della velocità di scambio delle stesse, e in breve tempo sono diventati imprescindibili. Non certo perché costano poco, ma perché possono offrire tanto valore.

Puntare sul valore è proprio la strada scelta da un numero sempre più alto di aziende, che dopo aver delocalizzato per abbattere i costi si sono accorte che questa strategia non paga più, non più come una volta; e per  questo sono tornate “a casa”, tanto che negli USA si è già cominciato a parlare senza paura di “rinascita dell’industria manifatturiera“.

Se le decisioni di rimpatrio totale o parziale della produzione negli Stati Uniti sono state 175 dal 2009 ad oggi, l’Italia è a sorpresa seconda in questa particolare classifica con 79 unità produttive. Più o meno il doppio di quelle registrate in Germania, Gran Bretagna e Francia.

Ma perché se c’è un sistema fiscale che si mangia circa la metà dei costi di produzione, mentre una burocrazia asfissiante ritarda i tempi di creazione del lavoro e può diventare un ostacolo insormontabile, gli imprenditori hanno deciso di tornare in Italia a investire e creare lavoro?

Le risposte, contenute in questo articolo di Repubblica, lasciano pochi dubbi: il mercato chiede prodotti sempre più standardizzati, che possono essere realizzati in gran parte anche dai robot (non dagli artigiani, ma servono ingegneri che questi robot sappiano farli funzionare no?), oppure linee di alta gamma attentamente personalizzate, e qui le sapienti mani di chi ha imparato in tanti anni a modellare pelli, tessuti, legno e altre materie prime non hanno eguali in termini di risultato.

Senza contare il risparmio in termini di trasporto della materia prima (perché spedire pelle italiana in Cina per farsela rimandare a casa quando si può fare tutto in molto meno tempo e con costi più bassi stando qui?), che si trasferisce in un risparmio di risorse ambientali. Sempre che chi governa torni a insistere sul taglio delle tasse sul lavoro, anziché credere che spremere il limone possa dare succo anche quando la polpa è finita 🙂

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