protesi più umane, “sentono” gli oggetti grazie a una ricerca italiana

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Alessandro Fumagalli

since 1984, leggo e scrivo e "bloggo" ovunque e in qualunque momento (a volte persino nel sonno 🙂 ). Convinto che "La vita va affrontata anche in salita" ho aperto un sito di ciclismo e sono arrivato alla sala stampa del Giro d'Italia prima di provare a tramutarmi in web copywriter.
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Le protesi del futuro? Esistono già oggi!

Sono stati fatti enormi passi avanti dall’epoca – neppure troppo remota – in cui un’amputazione di un braccio, o una gamba, significava una mutilazione permanente. Già da qualche tempo, infatti, la qualità della vita di chi ha un arto di plastica e metallo è decisamente migliore rispetto a quella che poteva essere solo 20 o 30 anni fa: grazie a chip evolutissimi, le protesi di nuova generazione offrono la possibilità di afferrare gli oggetti, effettuare rotazioni, saltare.

Mai, però, si è riusciti a restituire a chi – suo malgrado – indossa delle protesi agli arti la sensazione che si prova quando si tocca un oggetto, perché in quel caso è necessario intervenire sui nervi; e le cose si fanno decisamente più complicate..

Mai. Fino a ieri.

Oggi, grazie al progetto LifeHand2*, si sono aperti nuovi e importanti spiragli di speranza. Collegando dei sensori di pressione installati nelle dita di una mano artificiale ai nervi del braccio, infatti, i pazienti tornano a percepire la forma di un oggetto e la sua consistenza.

protesi-manoAl momento siamo ancora in una fase sperimentale: alcuni volontari si stanno sottoponendo ad accurati test per aiutare lo staff di LifeHand2 nello sviluppo di protesi sempre più evolute, accurate, “sensibili”. Ma la strada sembra ormai tracciata, e i risultati sono stupefacenti come racconta Dennis Aabo Sørensen in un’intervista raccolta da Nationalgeographic.it.

Un’evoluzione che non nasce, come qualcuno potrebbe pensare, dal “pallino” di qualche medico invasato di tecnologia: studi scientifici hanno dimostrato che poter avere un conforto sensoriale, infatti, migliora l’abilità del paziente di controllare una protesi.

fonte: nationalgeographic.it

*Al progetto LifeHand2, coordinato dal Politecnico di Losanna, hanno partecipato la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, l’Università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma, l’Università Campus Bio-Medico di Roma, l’IRCSS San Raffaele di Roma, l’Istituto IMTEK dell’Università di Friburgo.

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